La meravigliosa storia del Museo del Platanias raccontata dal suo giovane fondatore

«Primo anno del Platanias in Super League nel 2012. Avevo 14 anni e ho amato questa squadra come nessun’altra. Pensa che prima ero un tifosissimo dell’Olympiakos: lascio alle spalle i vari Rivaldo, Galletti, Djordjevic e Nikopolidis per concentrarmi su una squadra che aveva appena cominciato la sua avventura nella massima serie».

Queste le prime parole di Giorgos Sapsakis, 23enne di Elafonissi (Chania, Creta), che ha voluto mettere in pratica un’idea fantastica: collezionare quanto più materiale possibile per conservare la memoria del Platanias nelle sei stagioni di fila in Super League – dal 2012-2013 al 2017-2018 – e non solo, come vedremo. Nonostante la squadra biancorossa attualmente si trovi in Gamma Ethnikì, la Serie D greca, Sapsakis continua nel suo prezioso operato, insieme all’aiuto del padre Alekos.

Α partire da una maglia che, a suo modo, ha fatto la storia: «La mia prima divisa è stata quella di Vasco Faísca (ex Vicenza e Padova tra le altre, ndr) dalla partita in cui aveva segnato il gol fantasma di testa che aveva permesso al Platanias di battere per 2-1 l’Aris nel 2014».

«A quei tempi andavo solo a prendere la maglietta dai giocatori, senza un progetto dietro. Gradualmente, accumulando materiale mi sono chiesto cosa avrei potuto fare. Così ho pensato di organizzare qualcosa di strutturato, ossia il Museo del Platanias, a partire dalla stagione 2012-2013. La stessa società mi ha regalato una maglia personalizzata durante l’ultima stagione in Super League (2017-2018, ndr) ed eravamo in ottimi rapporti».

Cosa possiamo trovare nella tua collezione all’interno del Museo?

«Ho circa 320 maglie del Platanias, praticamente tutte quelle dal 2011-2012, la stagione della promozione in Super League, fino ad oggi. Adesso ho l’hobby di raccogliere le maglie dei giocatori che sono passati dal Platanias. I più generosi con me sono Giannis Zaradoukas e Thomas Nazlidis, attuale team manager dell’Aris, perché ho praticamente tutte le maglie della loro carriera. Un altro giocatore molto gentile è Kostas Mendrinos, con cui sono ancora in contatto. In totale, dal 2012 al 2015 avevo 28 maglie, nel 2016 circa 190 e ad oggi quasi 400 match worn. Infatti, non ho solo divise del Platanias, ma anche di tutte le squadre di Super League, di Samaris del Benfica e alcune della Nazionale, tra cui una di Karagounis di un’amichevole prima di Euro 2004».

Ovviamente non avrai solamente maglie…

«Αnche palloni, fasce da capitano, calzettoni e biglietti come quello della finale di Champions League tra Liverpool e Tottenham. Il 90% del materiale però è strettamente legato al Platanias. Il Museo è il primo dedicato ad una squadra greca che è stato fondato da una persona che non fa parte della società. Ηο visto che anche un altro ragazzo sta per organizzare qualcosa di simile per il Larissa e gli auguro buona fortuna».

In questo momento qual è il tuo obiettivo per il Museo?

«Completare la collezione del Platanias, raccogliendo tutto quello che è disponibile. Mi ha contattato quasi casualmente un portiere degli anni Ottanta-Novanta del Platanias e mi ha dato palloni, maglie, borsoni e scarpini da calcio di quegli anni. La stessa persona mi ha dato anche il pallone della finale di Coppa provinciale del 1990 tra Chania e Platanias, firmata dai capitani delle due squadre: per me è un reperto di grandissimo valore».

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere un’avventura come la tua?

«Bisogna munirsi di tanta pazienza e soprattutto si deve amare quello che si sta facendo. Senza la pazienza, il tempo e la voglia non si riuscirà mai ad organizzare questo. Ho così tanta voglia che se qualcuno mi dice che ha una maglia per il Museo a 500 km da me, partirei subito senza aspettare cinque giorni per la consegna. Non penso affatto all’aspetto economico perché è indescrivibile la mia felicità quando la gente viene a visitare il museo».

Come te la cavi con le poste, visto che ti trovi in un paesino su un’isola come Creta?

«E se ti dicessi che le poste greche funzionano perfettamente? Che le poste greche siano benedette (ride, ndr). Un paio di anni fa un giocatore presente nell’anno della promozione e nella prima stagione in Super League, Igor Mirčeta, mi ha mandato dalla Norvegia la maglia del 2011-2012. Ho una maglia della stagione 1979-1980 e una dal campionato 1990-1991, quando il Platanias militava nei dilettanti. Ovviamente sono presenti anche tre o quattro maglie di Giorgos Giakoumakis (attualmente capocannoniere in Eredivisie, ndr)».

Qual è stata la maglia più difficile che hai trovato per il tuo Museo?

«Cercavo da tempo una maglia della Nazionale greca, a parte quella di Karagounis che non me l’ha mandata lo stesso giocatore. Mando un messaggio su Instagram a Fanis Gekas, spiegandogli cosa fosse il Museo, confessandogli che sarei stato onorato di avere una sua maglia. E lui mi risponde “certamente”, però me l’hanno detto in tanti… Un paio di giorni dopo, però, Fanis mi manda la foto della maglia e vedo sorprendentemente che ha la patch di Euro 2008. Quando l’ho ricevuta è come se avessi avuto la maglia di Messi. Per me Gekas è molto importante per il calcio greco: terzo marcatore della storia della Nazionale (con 24 reti, ndr) e capocannoniere della Bundesliga col Bochum. Da lì in poi ho ricevuto la maglia della Nazionale di Anatolakis da un’amichevole contro la Croazia (marzo 1999, ndr) e un’altra senza nome di un’altra amichevole di una decina di anni fa. Pochi giorni fa mi ha scritto Giannis Zaradoukas dicendomi che mi avrebbe spedito la sua maglia del debutto da titolare in Nazionale contro Israele del 2011».

Gekas in posa con la maglia e la dedica per il Museo del Platanias.

«Un’altra maglia difficile, che è arrivata in condizioni migliori di quanto mi aspettassi, è stata quella del capitano dell’Apoel Nicosia Giorgos Merkis da una partita di Europa League. Visto che ho di tutto del campionato greco e soprattutto del Platanias, attualmente cerco una maglia della Champions League…».

Merkis dell’Apoel e Zaradoukas della Nazionale: altre due aggiunte per il Museo.

Ci puoi raccontare un aneddoto curioso su uno dei cimeli del tuo Museo?

Il giovane Sapsakis con Vlachodimos

«Viene Panagiotis Vlachodimos (ala classe ’91, fratello del portiere Odysseas, ndr) in prestito dall’Olympiakos per la seconda parte della stagione 2013-2014 e noi tifosi lo accogliamo in aeroporto. Appena lo vedo gli dico: “Panagiotis, prenderò la tua maglia, ricordatelo”. La sua risposta è stata: “Non sono nemmeno arrivato e tu mi parli già di maglie?”. Comunque Vlachodimos segna una tripletta (la prima della sua carriera, ndr) nel 7-0 contro il Kalloni e appena finisce la partita vado da lui, che mi dice: “Ah, allora non ti sei dimenticato!”. Ricordo che aveva segnato anche altre reti che ci hanno permesso di raggiungere la salvezza in quel campionato».

Giorgos Sapsakis insieme al padre Alekos, con cui ha fondato il Museo

I contatti del Museo del Platanias

Lockdown permettendo, potete visitare il Museo nel paesino di Kefàli, comune di Innachòri, a circa 60 km da Chania. Se volete fare una tappa turistica da sogno, si trova a 30 km da Elafonissi, una delle più belle spiagge d’Europa. L’ingresso è gratuito.

Su Facebook potete trovarlo come Μουσείο Πλατανιά (it. Museo del Platanias), dove si presenta con due belle mantinàdes, versi in rima baciata tipici di Creta, legati al Museo e al Platanias. Su Instagram, invece, è presente come @platanias_museum. In entrambi i social ci sono le foto dei nuovi arrivi e dei pezzi pregiati, quindi vi consigliamo di seguirli. Da buon museo è anche presente su Tripadvisor.

Se siete interessati ad arricchire la collezione del Museo del Platanias, potete contattare il fondatore Giorgos Sapsakis su Instagram.

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Diagoras Rodi, i suoi 116 anni tra occupazioni e rinascite

Il 25 marzo 1905, nello stesso giorno in cui 84 anni prima iniziò la guerra per l’indipendenza greca, diciotto patrioti rodioti si radunarono nel liceo Venetokleio di Rodi, situato nel quartiere di Mitropoleos, fondando l’associazione ginnastica (Γυμναστικος Σύλλογος1) Diagoras. L’allora preside della scuola urbana, Dimitrios Anastasiadis, fu uno dei principali personaggi che diede vita al Diagoras, che nei primissimi anni di vita poteva essere considerato alla stregua della Φιλική Εταιρεία2 su scala locale, in quanto l’associazione operò clandestinamente fino al 1909, salvo poi essere riconosciuta ufficialmente tra il 1910 e il 1911. Sino al 1912 Rodi e le isole del Dodecaneso costituivano la piccola parte dei possedimenti ottomani d’oltremare.

Prendendo in considerazione solamente la data di fondazione, essa rappresenta già qualcosa di simbolico: il 25 marzo, infatti, in Grecia si celebra ogni anno la festa nazionale per l’indipendenza nazionale dal giogo ottomano. Per i tifosi del Diagoras Rodi, quindi, il venticinque marzo rappresenta una giornata doppiamente celebrativa. 

La società venne chiamata Diagoras in onore e memoria dell’atleta rodiota Diagora: appartenente alla nobile famiglia degli Eratidei, la sua forza e le sue capacità innate da pugile spinsero il poeta greco Pindaro a dedicargli un’intera opera, la 7ª Olimpica, nella quale viene narrata la vittoria di Diagora nella disciplina del pugilato in occasione dell’Olimpiade numero 79 (tenutasi nel 464 a.C.). Al di là della vittoria olimpica, che rappresenta l’apice della sua carriera da pugile, trionfò anche in tutti e quattro i giuochi dell’Ellade, oltre a minori agoni in Rodi, Atene, Argo, Arcadia, Tebe, ecc., ricordati tutti da Pindaro nell’ode citata. Non solo il nome, ma anche il logo della società è influenzato dal vetusto pugile rodiota: l’emblema del club è rappresentato da un’immagine che ritrae Diagora portato in trionfo dai figli.

Divenuto un mito ed un simbolo imprescindibile dell’isola, la sua fama riecheggiava (e riecheggia tutt’oggi) tra la cultura popolare di Rodi. Sin dagli inizi l’attività della società, che vedrà nascere la sua sezione calcistica soltanto nel 1925, fu infatti orientata verso lo sviluppo e la diffusione della cosiddetta idea diagorica3 (Διαγορική ιδέα), una linea di pensiero che mirava all’elevazione spirituale e morale della comunità locale, oltre che al rafforzamento dell’idea di una Grecia unita e indipendente. Questi obiettivi vennero perseguiti attraverso la diffusione della conoscenza storica e culturale dell’antica civiltà greca, che millenni prima aveva inglobato anche l’isola di Rodi. In particolare, i giovani dell’isola furono spinti ad abbracciare l’idea diagorica attraverso la promozione dei racconti dei grandi personaggi di Rodi come Diagoras, suo figlio e suo nipote, i grandi oratori e filosofi e, in generale, la prosperità commerciale e politica dell’antica civiltà insulare. 

Come primo passo, venne stabilito formalmente lo scopo principale dell’associazione, il quale venne identificato con la libertà della madrepatria: questo obiettivo fu stabilito quando Rodi era ancora sotto il dominio ottomano e venne perseguito dai membri dell’associazione in gran segreto, in quanto gli scopi statuari dell’associazione erano invece lo sviluppo fisico e mentale dei membri e l’apprezzamento musicale e quello estetico. Il raggiungimento di questi obiettivi venne realizzato quando la fama dell’associazione iniziò a farsi largo: il Γ.Σ. Diagoras acquisì in poco tempo una sezione sportiva, iniziò a gestire una scuola serale per analfabeti, organizzò conferenze, pubblicò libri, mise in piedi una sezione scout, spettacoli teatrali, escursioni nell’entroterra dell’isola e molto altro. I membri della società venivano chiamati diagorides (Διαγορίδες): partecipavano tutti con entusiasmo al raggiungimento degli obiettivi preposti dall’associazione, coinvolgendo con il passare del tempo centinaia di persone, le quali iniziarono a sostenere finanziariamente il Diagoras attraverso contributi e donazioni. Divenne un polo di riferimento e di aggregazione per i greci di Rodi, che accorrevano sempre in massa ai suoi eventi. Prima dell’inizio di ogni evento, veniva suonato con la fisarmonica l’inno dell’associazione, che condensava in sé il significato dell’idea Diagorica e rappresentava il canto della gioventù di Rodi. 

All’inizio del secolo scorso, quando venne fondato il Diagoras e, come accennato prima, Rodi e le isole del Dodecaneso rappresentavano i pochissimi possedimenti fuori dalla penisola anatolica rimasti sotto il controllo dell’Impero ottomano, guidato dal sultano Abdul Hamid II. Tra il 1899 e il 1901 l’Italia, approfittando dell’evidente debolezza della Sublime Porta, si affrettò a stringere accordi con la Francia, alla quale veniva chiesto il riconoscimento dell’influenza italiana sulla Libia (anch’essa territorio ottomano) in cambio dell’approvazione italiana alla penetrazione francese in Marocco. Venne raggiunta un’intesa anche con l’Inghilterra riguardo il lascia-passare sulla regione libica, ma questi accordi fecero storcere il naso all’Austria e alla Germania, con le quali l’Italia aveva appena firmato il rinnovo della Triplice Alleanza: gli accordi diplomatici stretti dall’Italia con le potenze dell’Intesa furono criticate dal cancelliere tedesco von Bülow, che definì la politica estera italiana di quegli anni come un “giro di valzer” con “un altro ballerino”, facendo riferimento alla Francia. Nel settembre del 1911, dopo aver seguito la crisi marocchina, Giolitti decise che era arrivato il momento propizio per sferrare il colpo finale, dichiarando guerra all’Impero Ottomano, dopo un decennio di lavoro diplomatico per assicurarsi il controllo de facto sulla Libia. La guerra italo-turca durò circa un anno, durante la quale le truppe italiane arrivarono ad occupare Rodi e le isole del Dodecaneso, con l’obiettivo di indebolire ulteriormente la resistenza ottomana. A guerra finita, il governo italiano ottenne il controllo sulla Tripolitania e la Cirenaica, le due zone che rappresentavano l’obiettivo principale delle mire colonialiste italiane, e continuò l’occupazione delle isole greche, su cui venne esercitata una sovranità che, nella realtà dei fatti, rappresentava quasi un effetto collaterale, e che non era prevista all’inizio del conflitto. Nonostante la pace di Losanna obbligasse l’Italia a smobilitare le sue truppe dalle dodici isole greche occupate in cambio del riconoscimento sulla Libia, questo non avvenne mai e le isole greche rimasero possedimenti italiani fino alla seconda guerra mondiale. Gli abitanti delle isole del Dodecaneso, in un primo momento e da un punto di vista storico, videro gli italiani come dei liberatori, in quanto grazie a loro si sarebbero sbarazzati del gravoso giogo ottomano che aveva portato l’arcipelago, specialmente negli ultimi 50 anni, in uno stato economico e culturale decadente.

Nei libri di storia utilizzati nelle scuole superiori italiane, i riferimenti al passato coloniale italiano delle isole del Dodecaneso vengono quasi del tutto ignorati. Eppure, se avete avuto modo di visitare una delle isole, di cui Rodi è la più grande e popolosa, avrete sicuramente notato come l’architettura e l’etimologia di moltissimi luoghi di interesse siano fortemente influenzati dallo stile italiano del secolo scorso. Nella stessa Rodi, l’impianto sportivo, di cui vi parleremo nel dettaglio tra poco, la chiesa di San Francesco e il villaggio di Kalamona, per citarne alcuni, sono tutti stati progettati dall’architetto Armando Bernabiti. Sull’isola di Leros, e più precisamente nella città di Lakki (it. Portolago), gli edifici urbani, costruiti sullo stile razionalista italiano degli anni ’30 durante l’ιταλοκρατία4, sono rimasti intatti. Lo status giuridico delle isole non fu mai definito come “colonia”, ma come “possedimento italiano delle isole dell’Egeo”, a voler rimarcare una maggiore forma di autonomia dei territori occupati. La longa manus del governo fascista sul territorio insulare greco venne affidata all’ex senatore Mario Lago, che assunse il titolo di governatore nel 1922 e che lo rimarrà per ben 14 anni, fino al 1936. Le isole, prima dell’arrivo degli italiani, erano state amministrate dalla macchina burocratica, sommaria ed arcaica, dell’Impero Ottomano; nel giro di pochi anni venne stravolto l’assetto istituzionale, lavorativo e infrastrutturale dell’isola, attraverso il rimboschimento di molte aree collinari che erano state disboscate nei secoli prima, la bonifica agraria di varie zone, la creazione di diverse industrie, l’ampliamento della rete stradale con la costruzione di oltre 400 km di strade asfaltate, l’istituzione di scuole italiane che erano affiancate a quelle della comunità locale (nelle quali però era obbligatorio lo studio della lingua italiana), e molto altro ancora. L’Italia assunse quindi i panni del paese riformatore, investendo moltissimo anche nel settore terziario, riuscendo a produrre un aumento demografico significativo. Il senatore Lago, di idee fermamente liberali, nel periodo in cui rimase governatore riuscì a non fare attecchire completamente l’ideologia fascista nel Dodecaneso, complice anche un palese disinteressamento da parte di Mussolini e dei gerarchi fascisti, che consideravano strategicamente di poco conto l’arcipelago. Inoltre, Lago si dimostrò molto più tollerante nei confronti dell’identità multietnica e religiosa della popolazione locale rispetto sia ai suoi predecessori sia ai suoi successori.

Senza dilungarci ulteriormente nella descrizione storica, che è densa di racconti e meritevole di approfondimenti, nel 1912 l’amministrazione italiana, che successe all’Impero ottomano sull’isola, incontrò al suo arrivo una associazione Diagoras molto prospera. Gli italiani furono costretti a tollerarne l’esistenza sebbene le attività dell’associazione, l’influenza che esercitava sui greci dell’isola e le sue azioni orientate verso l’unificazione nazionale fossero un ostacolo per i suoi piani. In virtù del fatto che la GS Diagoras rappresentasse un nemico interno, il podestà5 italiano in carica Alfredo Billoti era alla ricerca dell’occasione giusta per smantellarla: il pretesto arrivò nel novembre 1929, in occasione di partite amichevoli disputate tra i club della città. Purtroppo, ad oggi non non si dispone di alcun documento scritto che testimoni le ragioni specifiche riguardo la dissoluzione della società: ci si attiene pertanto ai racconti tramandati oralmente. Secondo le testimonianze di alcuni atleti, che avevano partecipato alle partite del novembre ’29, il Diagoras aveva conquistato più punti, e a cui quindi spettava la Coppa da parte del Comune di Rodi; tuttavia i giudici stabilirono che uno degli atleti del Diagoras non facesse parte dell’associazione, ed assegnarono quindi la Coppa al Dorieas, l’altra squadra cittadina. La stessa sera, gli atleti del Diagoras espressero il loro dissenso manifestando fuori dalla sede del Dorieas ad Agios Georgios, venendo inseguiti dalla polizia. Per evitare l’arresto si recarono verso Mitropoleos, quartiere dove c’era la sede della propria società, ma i poliziotti riuscirono a fermarli. Le persone fermate finirono a processo, svolto il 28 dicembre 1929, durante il quale c’erano 11 imputati: 5 dirigenti, i quali avevano permesso ai propri membri di organizzare la manifestazione senza il permesso della Sicurezza Civile, e i restanti 6 per aver cominciato la protesta. Gli ultimi, secondo l’accusa, avevano creato un “gruppo rumoroso”, andando in via Agios Georgios e provocando i membri dell’altra società con urla del tipo: “Viva il Diagoras”, “Abbasso le spie”, “Viva la Grecia”. La sentenza fu di 15 e 10 giorni di reclusione (più pena pecuniaria) per i 6 che crearono i disordini, mentre i 5 della dirigenza furono assolti. La squadra fu sciolta e l’associazione praticamente cessò di esistere.

Due anni più tardi, nel 1931, venne inaugurato lo stadio del Diagoras, un impianto sportivo che ha ospitato negli anni partite di calcio, gare di atletica e anche di ciclismo, e che fu ideato dall’architetto italiano Armando Bernabiti a forma di “U” seguendo lo stile degli antichi stadi greci. Nel periodo di occupazione italiana venne denominato “Arena del Sole”. Il giorno dopo la liberazione nazifascista della Grecia, il 9 maggio 1945, la popolazione di Rodi si diede appuntamento al porto, per aspettare l’arrivo degli Alleati. Una volta sbarcati, gli Alleati vennero condotti da alcuni giovani della città allo stadio, che venne invaso e dove venne buttato giù un cartello con la scritta “Stadio Mussolini”: da quel momento in poi l’impianto prese il nome di “Stadio Diagoras”, il quale è attualmente è di proprietà del comune di Rodi, ha 3.700 posti a sedere (di cui 600 al coperto) ed è stato dichiarato “monumento storico” dal Ministero della Cultura.

La squadra di calcio fu ricreata nel 1945, subito dopo la fine della guerra, contemporaneamente al ripristino dell’associazione. Partecipò al campionato locale dimostrando tutta la sua superiorità, mettendo in ombra tutte le altre squadre di Rodi e trionfando in maniera costante nei campionati locali nel periodo postbellico. Nel 1963 fu creata la Beta Ethniki (attuale Super League 2, corrispondente alla Serie B italiana), alla quale il G.S. Diagoras si iscrisse in rappresentanza del Dodecaneso. Per 3 anni di fila perse per pochi punti la promozione in Alpha Ethniki, arrivando secondo. Nel 1968, durante la dittatura dei colonnelli, l’allora ministro dello sport Aslanidis decise di unire tutte le squadre di calcio presenti in ogni città di provincia, in modo che in ogni città ne emergesse una forte. Nonostante le reazioni avverse da parte dei tifosi del Diagoras, che non volevano assistere alla (seconda) dissoluzione del loro storico club, le squadre di calcio di Rodi, e cioè Diagoras, Dorieas e Rodiakos, furono abolite e dalla loro fusione nacque l’ Α.Σ. Ρόδος.

La G.S. Diagoras, in seguito alla fusione, venne ristabilita da zero. Partì dal campionato locale e rapidamente ottenne la promozione in Beta Ethniki nel 1974. Nella seconda divisione riuscì a disputare soltanto la stagione 1974-75, retrocedendo in seguito nelle categorie minori e tornando in Β’ Εθνική nel 1980, come campione del campionato Nazionale Dilettanti della stagione 1979-80. Nel 1981-82 raggiunse i quarti di finale della Coppa di Grecia, dove fu eliminato dall’AEL dopo uno 0-0 a Rodi e una sconfitta per 1-0 a Larissa. Nella stagione 1985-1986 abbiamo la miglior stagione della squadra, che vince il campionato di Beta Ethniki e centra l’ambita promozione alla Alpha Ethniki, campionato nel quale rimase per 3 anni. Nel suo primo anno in A’ Ethniki nella stagione 1986-87, concluse al 13° posto su un totale di 16 squadre, ma riuscì ad ottenere notevoli vittorie in casa, come quella sul Panathinaikos per 2-0, con l’OFI per 3- 0 e contro il PAOK per 2-1. Nella stagione successiva, quella 1986-87, raggiunse le semifinali della Coppa di Grecia, dove fu eliminato dalla squadra che avrebbe poi vinto il trofeo, l’OFI. Nella stagione 1987-88 finì al 12° posto con un totale di 7 vittorie, 9 pareggi e 14 sconfitte e nel 1988-89 terminò il campionato al 15° posto, partecipando agli spareggi salvezza, nei quali solo 2 squadre avrebbero ottenuto la permanenza in A’ Ethniki, affrontando l’Ethnikò Pireo, Apollon Kalamaria, PAS Giannina, Corinto e Veria: non riuscì a salvarsi e retrocesse nel campionato cadetto, rimanendoci per 3 stagioni fino al 1992. Nel 1994 la società si fuse con l’A.S. Rodi e venne creata l’Unione Rodi-Diagoras, che fu sciolta nel 1998.

La G.S. Diagoras fu ricreata e negli anni successivi la squadra ritornò in carreggiata. Disputò con successo il campionato di Gamma Ethniki e, dopo la fine della stagione 2007-08, vinse il campionato del girone sud, ritornando in Beta Ethniki. Rimase nella seconda divisione per 3 anni ma a causa di alcuni problemi finanziari societari, il Diagoras fu costretto a ritirarsi dai campionati professionistici. Prese parte nel 2012-2013 al campionato di Delta Ethniki, arrivando ultimo al 12° posto del nono girone e venendo retrocesso nel campionato locale. Nella stagione 2016-17 vinse sia il campionato del Dodecaneso da imbattuto sia la Coppa del Dodecaneso, risalendo in terza divisione. Dalla stagione 2017-18 fino al 2018-19 ha giocato nel campionato di terza divisione, mentre dalla stagione 2019-20 gioca nel campionato di Super League 2.

1 La locuzione greca Γυμναστικος Συλλόγου viene tradotta in italiano, in senso letterale, con associazione ginnastica. È una denominazione comune a molte squadre greche, le quali nei primi anni di vita erano per la maggior parte delle società polisportive, che si occupavano anche degli aspetti culturali delle proprie comunità.

2 La Φιλική Εταιρεία fu una società segreta rivoluzionaria greca, fondata da alcuni mercanti a Odessa nel 1814, con il fine di rovesciare il dominio ottomano nell’Europa sud-orientale e per stabilire uno stato greco indipendente. La pretesa da parte della società del sostegno russo e i suoi ideali fortemente romantici convinsero migliaia di persone a entrare nelle sue fila.

3 Con il termine ιταλοκρατία (italokratía) ci si riferisce, in greco, al periodo della sovranità italiana nel Dodecaneso.

4 L’aggettivo qualificativo Diagorica è un neologismo creato appositamente da noi, per facilitare la traduzione e per sopperire alla mancanza del vocabolario italiano in questo ambito. L’aggettivo fa riferimento a Diagoras di Rodi, l’antico nonché celeberrimo pugile vincitore dei giochi olimpici nel 464 a.C.

5 Il podestà era il capo dell’amministrazione comunale durante il periodo fascista, e corrisponde oggi alla figura del sindaco.

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Università, polizia e proteste: cosa sta succedendo in Grecia?

Una foto degli studenti universitari greci che, indossando dispositivi di protezione individuale, marciano per le strade di Atene per protestare contro la nuova legge governativa, che tra le altre cose stabilisce la presenza di un migliaio di poliziotti all’interno delle università. REUTERS/Alkis Konstantinidis

Premessa doverosa: con questo articolo intendiamo spiegare, al meglio delle nostre possibilità e conoscenze in campo giuridico e sociologico, il funzionamento dell’istruzione greca soprattutto per quanto riguarda gli istituti terziari, vale a dire le università, per cercare di comprendere meglio quello che sta accadendo in Grecia in questo preciso periodo storico. Ripercorriamo in modo approfondito le leggi principali che hanno modificato il quadro istituzionale dell’organizzazione educativa, lungi dall’esprimere giudizi di alcun tipo. Buona lettura, per chi vorrà.

Per spiegare quello che sta succedendo in questi giorni in Grecia, è necessario partire da lontano. In seguito alla caduta della giunta dei colonnelli, causata in parte proprio dalle rivolte del Politecnico di Atene, la prima grande riforma concernente il mondo universitario fu attuata nel 1982, attraverso la legge numero 1268. Approvata dal Parlamento, presieduto dall’allora Primo ministro Kostantinos Karamanlis, la legge stabiliva alcuni principi generali, tra cui anche il cosiddetto “asilo politico” contenuto nel secondo articolo:

Articolo 2: libertà accademica e asilo accademico

  1. La libertà accademica nell’insegnamento e nella ricerca, così come il libero scambio di idee, sono salvaguardate negli istituti di istruzione superiore.
  2. L’imposizione di alcune opinioni e idee scientifiche e l’esclusione di altre, e la conduzione di ricerche riservate non è consentita.
  3. a) Tutte le persone impiegate negli istituti di istruzione superiore, nonché gli studenti, sono liberi di esprimersi collettivamente attraverso i loro sindacati, le cui funzioni devono essere agevolate dall’autorità universitaria.
  4. Per salvaguardare la libertà accademica, la libertà della ricerca scientifica e il libero scambio di idee, viene riconosciuto l’asilo accademico.
  5. L’asilo accademico copre tutti i terreni e gli edifici di livello superiore  istituzioni educative; vieta qualsiasi tipo di intervento di forza pubblica all’interno di questi luoghi senza l’invito o il permesso dell’organo preposto all’istituto di istruzione superiore in questione.

In soldoni, veniva promossa la creazione di sindacati universitari sia per studenti che per docenti, i quali dovevano essere supportati ed aiutati dall’università, e soprattutto veniva stabilito l’asilo accademico (πανεπιστημιακό άσυλο), uno speciale status di protezione valido su tutto il suolo occupato dalle varie strutture universitarie, che impediva l’ingresso da parte delle forze dell’ordine senza l’esplicito consenso da parte del Senato accademico, eccezione fatta in caso di crimini contro la vita. Per completezza, il Senato accademico costituisce un organo collegiale formato da tre persone: il rettore, il rappresentante dello staff di insegnamento e ricerca, il rappresentante degli studenti.

Ma cosa spinse realmente l’assemblea legislativa nazionale ad approvare una legge del genere? La risposta risiede nella precedente esperienza dittatoriale. Il regime dei colonnelli ebbe una storia di interventi militari drastici nell’istruzione terziaria, controllando sia il personale docente che il corpo studentesco. Dal momento in cui Georgios Papadopoulos e gli altri gerarchi si insediarono, nominarono in ciascuna università un commissario governativo che esercitava pieno controllo. Durante il settennato si procedette inoltre all’epurazione del personale accademico, con licenziamenti e prepensionamenti, creando nel contempo un grandissimo numero di nuovi posti lavorativi.

Dopo il collasso della giunta, uno dei temi più dibattuti da parte dell’opinione pubblica fu la riforma totale del sistema educativo a tutti i livelli. Sollecitato dall’influenza dei movimenti studenteschi, il nuovo governo di unità nazionale proseguì con la rimozione degli impiegati fedeli della giunta dall’istruzione terziaria, attraverso con l’atto costituzionale del 3 settembre 1974, relativo al ripristino della legittimità nelle istituzioni educative superiori (AEI). L’atto costituzionale prevedeva sanzioni disciplinari nei confronti di coloro che avevano collaborato con il regime al di là dei propri doveri legali e istituiva la nascita del Consiglio disciplinare speciale, cui compito era esaminare le denunce contro qualsiasi altro accademico che avesse manifestato comportamenti antidemocratici e che avesse aiutato il regime militare in altri modi. Questo corpo speciale comprendeva quattro giudici e quattro accademici scelti dal governo: erano stati tutti perseguitati dalla dittatura. Anche il Ministero dell’Educazione fu assegnato a personalità che avevano preso parte nella lotta contro la dittatura.

Moltissimi studenti decisero di denunciare casi di intimidazioni e violenze al Consiglio disciplinare, che avrebbe dovuto decidere se aprire un procedimento penale nel caso le delazioni fossero state supportate da prove valide. Alla sbarra degli imputati finirono 84 professori e nove assistenti: di questi solo 15 furono assolti, con un totale di 75 docenti rimossi permanentemente dai loro incarichi. I due processi nei confronti dei collaboratori universitari della giunta, organizzati a pochi mesi di distanza l’un l’altro, furono molto importanti. In primis perché furono mobilitati molti giudici, a simboleggiare il desiderio di giustizia da parte dello Stato e, in secondo luogo, perché un ruolo molto importante fu assunto dal corpo studentesco, coinvolto in prima persona nel processo di defascistizzazione delle università. Tuttavia, le cosiddette “purghe” per ristabilire la democratizzazione universitaria, furono messe in atto soltanto per le università, mentre i restanti settori dell’istruzione pubblica non furono toccati e un numero significativo di impiegati nominati durante la Giunta conservarono il proprio posto di lavoro.

Dopo altre vicissitudini legate alla riforma dell’istruzione che impegnarono la neonata Repubblica Greca, che non riportiamo per evitare di dilungarci ulteriormente, terminiamo il nostro piccolo excursus e torniamo alla grande riforma del 1982.

Proprio per evitare di ripetere il tragico epilogo delle rivolte al Politecnico di nove anni prima, la legge numero 1268 fu un enorme passo in avanti rispetto agli anni oscuri dei colonnelli: una legge che stabiliva principi giuridici moderni, democratici e allineati a quelli degli altri paesi europei. Con il passare degli anni, fino ai giorni nostri, l’opzione da parte dei rettori di far entrare le forze dell’ordine è stata esercitata di rado (soltanto 3 volte), principalmente a causa della paura per la propria incolumità fisica e per evitare di istigare maggiori violenze all’interno dei campus.

L’asilo accademico è stato confermato e mantenuto anche con la legge 3549/2007, che ebbe per oggetto la revisione della legislazione riguardante la struttura e il funzionamento degli istituti di istruzione superiore garantendo ulteriormente l’autogoverno degli istituti terziari, aumentando la loro responsabilità sociale e promuovendo ulteriormente la democrazia e la trasparenza nelle loro funzioni.

Il sistema universitario è stato nuovamente oggetto di aspre critiche anche quattro anni dopo quando, la disposizione di legge 3549/2007 contenente la libertà accademica, fu abrogata dalla legge 4009/2011, comunemente nota come legge Diamantopoulou, che prende il nome dall’allora ministro dell’istruzione.

Prima di addentrarci in maniera approfondita nei meandri della legge, lunga e controversa, è giusto porre in chiaro che le università greche sono apparati pubblici, non statali: questo particolare concetto di autonomia, che salvaguarda la libertà accademica e scientifica, è abbinato alla forma di autogoverno attraverso cui vengono gestite le università. L’autogoverno è garantito dalla Costituzione greca, che considera le università come “entità giuridiche di diritto pubblico dotate del pieno potere di autogoverno”; tuttavia, queste istituzioni funzionano sotto il controllo dello Stato e hanno il diritto di essere finanziate da esso e funzionano in conformità con le leggi che riguardano le loro organizzazioni.

Tornando alla legge Diamantopoulou, approvata in Parlamento da PASOK, Nea Dimokratia e LA.O.S., è stata considerata da molti critici come astratta e troppo tecnica. Il tema della “qualità dell’istruzione” è stato la colonna portante del nuovo testo legislativo, il quale richiedeva alle singole università di garantire ai propri studenti certi standard per quanto concerne programmi e premi (borse di studio, sovvenzioni, etc), oltre ad un maggiore impegno nello sviluppo di una cultura che riconosca l’importanza della qualità e della garanzia della qualità nel loro lavoro. La sensazione di molti accademici è che il concetto di qualità fosse stato in qualche modo reso “predefinito”, un termine trascendentale privo di un reale significato, basato esclusivamente sui parametri internazionali richiesti senza nemmeno tenere conto del contesto socio-culturale locale.

Per quanto riguarda invece il lato economico, in primis la legge stabiliva l’introduzione di tasse universitarie: una novità assoluta, in quanto prima di allora l’istruzione era sempre stata gratuita e pubblica. In secondo luogo, riduceva il già modesto finanziamento statale, costringendo gli istituti a cercare finanziamenti nel settore privato.  Sono state apportate anche altre modifiche: l’asilo accademico veniva abolito e veniva modificato perfino l’autogoverno degli istituti, con la gestione dell’università che passava nelle mani di membri al di fuori della comunità accademica e, ultimo ma non meno importante, si istituiva la riorganizzazione dei curricula sulla base di un approccio strumentale, in modo che gli studenti acquisissero capacità e competenze per ricoprire posizioni necessarie nel mercato del lavoro ma anche nella stratificazione sociale prescritta.

È meritevole di approfondimento la questione legata al governamento dell’università. L’articolo 8 comma 1 della nuova legge istituisce il Consiglio dell’Istituzione, un nuovo organo che supervisionerà e approverà le dinamiche interne degli istituti, governando de iure l’università. Il consiglio è composto da quindici o nove membri, a seconda delle dimensioni dell’università. Otto (o cinque) sono membri della comunità accademica e sette (o quattro) sono membri esterni che non hanno alcun rapporto organico con l’istituzione. Questa clausola violava l’autogoverno tutelato dalla costituzione dell’università introducendo al suo governo persone estranee all’istituzione. Oltre ciò, il nuovo modello amministrativo tiene fuori dalla governance la maggioranza dei docenti universitari (docenti e assistenti) in quanto possono eleggere ma non essere eletti (sono ammessi alla carica solo assistenti a tempo pieno e professori associati), e riduce al minimo la partecipazione degli studenti. Il Senato accademico viene relegato a un ruolo meramente consultivo.

È opportuno ricordare che questa riforma fu approvata in uno dei momenti più bui per la Grecia negli ultimi 50 anni: poco meno di due anni prima il primo Ministro Giorgos Papandreou aveva rivelato la falsificazione dei bilanci economici, approvati dai precedenti governi, con l’obiettivo di entrare a far parte dell’Unione Europea. Il debito pubblico inizia a crescere ma non attrae gli investitori, si dà il via alla prima di una lunga serie di prestiti economici e misure di austerità. La riforma dunque rientra in un più largo piano, portato avanti dal partito PASOK, per cercare di fermare l’emorragia economica interna, spingendo sempre di più l’università nelle mani del settore privato. La legge Diamantopoulou rientra nella celeberrima “rivoluzione dell’evidenza”, propugnata dall’ex Primo Ministro Giorgios Papandreou, che avrebbe dovuto spalancare le porte a una nuova epoca.

L’università viene così trasformato in un mezzo per raggiungere il fine; la sua ricerca, le sue missioni ed obiettivi verranno in gran parte dettati dalle esigenze del mercato, mentre lo Stato si divincola dalle proprie responsabilità stabilite nell’articolo 1 della legge 1268/1982, di cui vi abbiamo parlato prima.

In seguito all’approvazione della legge Diamantopoulou, la reazione da parte degli studenti universitari è stata molto forte. Trecentocinquanta facoltà occupate per un mese, disordini contro le forze dell’ordine, impossibilità di svolgere lezioni e/o esami. La Federazione delle associazioni degli insegnanti universitari (POSDEP), assieme al personale docente della facoltà di economia di Atene, si opposero alle modifiche legislative ma al contempo condannarono le proteste che, a detta loro, non potevano rappresentare un alibi per l’interruzione del funzionamento delle istituzioni. La ministra Diamantopoulou, vista e considerata la situazione paralizzante, si rivolse sia ai manifestanti che ai docenti: avvertì gli studenti coinvolti nelle proteste che non sarebbero stati accreditati per il primo semestre, che sarebbe dovuto iniziare ad ottobre, in caso avessero continuato a scioperare e, in secondo luogo, esortò i professori a chiamare la polizia per sfrattare gli studenti, in quanto l’asilo accademico era stato abrogato. La riluttanza da parte del corpo docente evitò quest’ultima opzione, temendo possibili ritorsioni e ulteriori danni.

Molti rettori, vicerettori e professori senior rifiutarono di far parte degli organi a cui fu affidata la responsabilità di attuare le nuove disposizioni legislative entro periodi specifici e ristretti. In particolare, la legge prevedeva la partecipazione di due ex rettori e tre ex vice-rettori ai comitati ad interim di ciascuna università, i quali avrebbero dovuto eleggere i membri dei nuovi consigli di amministrazione, che dal 2011 governeranno le università.

Tra gli accademici boicottanti c’erano Konstantinos Moutzouris e Gerasimos Spathis, rispettivamente ex rettore e vicerettore del Politecnico di Atene. Moutzouris rivendicò motivi personali alla base della sua non partecipazione al comitato di cinque membri, mentre Spathis invitò i suoi colleghi professori a rifiutarsi di partecipare in modo tale che la legge divenisse inattuabile. Spathis, inoltre, affermò che la modifica alla legislazione non solo era incostituzionale, ma avrebbe portato “conseguenze traumatiche” per il contenuto e la sostanza degli studi universitari e avrebbe riportato le università “a un periodo di oligarchia e ad un modello di gestione autocratico”.

La condanna più forte nei confronti delle riforme di Diamantopoulou arrivò dal Senato dell’Università di Creta, che affermò che la nuova legislazione aveva sovvertito il concetto di università e tentato di sostituirlo con un’istruzione superiore di tipo collegiale, basata sulla fornitura di determinati programmi di studio piuttosto che su conoscenze scientifiche fondamentali.

Christos Papoutsis, l’allora ministro per la protezione dei cittadini, accusò i rettori di favorire le occupazioni studentesche nel tentativo di “resistere alla modernizzazione tentata dal governo”.

I problemi politici di Diamantopoulou, tuttavia, non si limitarono all’istruzione universitaria. Gli alunni delle scuole primarie e secondarie scoprirono di non avere libri quando tornarono a scuola il 13 settembre. La motivazione ufficiale fu che i funzionari si dimenticarono di farli stampare, mentre la critica insinuò che si trattasse di una misura di risparmio sui costi. La situazione fu arginata con delle fotocopie dei capitoli per coprire il periodo fino a Natale, quando i libri furono pronti a un costo stimato cinque volte superiore alla stampa dei libri.

Facendo un passo avanti fino a tempi più recenti, nel 2017 la norma sull’asilo accademico è stata ripristinata con l’adozione della legge 4485/2017 durante il governo del partito Coalizione della Sinistra Radicale (SYRIZA), la cui ascesa al potere nelle elezioni legislative di gennaio e settembre 2015 sembra essere vista da molti osservatori come una reazione alle politiche economiche imposte dall’U.E., come la “troika europea” (insieme di creditori composto dalla Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale).

Questa legge stabiliva che l’anno accademico del secondo di ciclo di istruzione (scuole superiori, inclusi licei, istituti tecnici e professionali) inizia il primo settembre e termina il 31 agosto dell’anno successivo, suddividendo il programma educativo di ogni anno accademico in due semestri. Un sistema quasi identico a quello in vigore in Italia. Inoltre, il regolamento del programma del secondo ciclo prevede la frequenza a tempo parziale per studenti lavoratori e non lavoratori. La durata non dovrebbe essere superiore al doppio della durata del programma a tempo pieno.

Vengono inoltre classificati i vari dipartimenti delle università, divisi in quattro ambiti:

  1. Scienze umanistiche e diritto e scienze sociali, che comprendono: filologia, diritto, sociologia, lingue straniere
  2. Scienze naturali e tecnologiche, che comprendono: matematica, fisica, architettura, ingegneria civile
  3. Salute e scienza della vita, che comprendono: medicina, farmacia, odontoiatria, biologia
  4. Scienze economiche e informatiche, che comprendono: economia, amministrazione aziendale, contabilità e finanza

Dopo una tortuosa e approfondita analisi delle modifiche legislative passate, arriviamo finalmente alle elezioni parlamentari del 2019, valide per eleggere i 300 membri del Parlamento ellenico (organo monocamerale). La legislatura guidata dal Primo ministro uscente Alexis Tsipras, in realtà, sarebbe dovuta durare qualche altro mese, ma in virtù della vittoria del partito di centro-destra Nea Dimokratia alle elezioni europee tenutesi a maggio 2019, venne deciso  di indire nuove elezioni subito. Le elezioni (le prime da quando l’età per votare è stata abbassata a 17 anni) non tradirono le attese ed il partito ND guidato da Kyriakos Mitsotakis ottenne il 40% dei voti, ottenendo la maggioranza assoluta e vincendo 158 seggi.

In campagna elettorale uno dei temi più dibattuti era l’asilo accademico, che ND avrebbe abolito in pochi mesi e che fu reso un fulcro all’interno dei piani per migliorare la sicurezza pubblica. Il neo Primo ministro Mitsotakis si era espresso duramente a riguardo, asserendo che la vecchia legge che garantiva l’asilo accademico ha trasformato i campus in covi di criminalità e in zone interdette alla polizia.

Non vogliamo la polizia all’università. Tuttavia, vogliamo sbarazzarci degli hoodies che sorvegliano le vite degli studenti – riferendosi ai sedicenti anarchici che spesso cercano rifugio negli edifici del campus. Durante la tipica vita di uno studente, (lui/lei) vedrà facoltà controllate da diversi gruppi, droghe e scantinati pieni di bombe a benzina e hoodies.

L’opinione pubblica si divide: da una parte abbiamo la fazione secondo cui l’asilo accademico abbia contribuito a creare una cultura della violenza e che non sia più utile, dall’altra parte abbiamo l’idea che la legge sull’asilo sia parte integrante e sana della democrazia, descritta come una garanzia della libera circolazione delle idee.

Nell’agosto 2019, come prima azione ufficiale del nuovo govrno, la norma sull’asilo accademico viene nuovamente abrogata dalla legge 4623/2019: l’opposizione afferma che l’abrogazione totale della norma sull’asilo sia anticostituzionale, violando l’articolo 16 della Costituzione che sancisce il diritto all’istruzione, alla libertà accademica e alla libertà di insegnamento; Nea Dimokratia sostiene invece che l’articolo 16 non garantisce esplicitamente l’asilo accademico e che è obbligo costituzionale del governo proteggere l’attività accademica da interruzioni, le quali secondo loro sono causate a volte come conseguenza dell’abuso della norma sull’asilo.

In un paese economicamente allo stremo dopo un decennio di crisi e misure di austerità, e che certamente non è nuovo a proteste e dimostrazioni popolari (a prescindere dagli ultimi tempi), la rabbia da parte degli studenti universitari si fa sentire nuovamente, assumendo forme violente. Nonostante la nuova legge, teppisti e gruppi anarchici hanno continuato a terrorizzare la comunità accademica in Grecia. Uno degli attacchi più significativi è accaduto quattro mesi fa, ad ottobre 2020, quando il decano di Economia e Commercio dell’Università di Atene, Dimitris Bourantonis, è stato tenuto prigioniero e costretto a tenere un cartello in mano con la scritta “Solidarietà agli occupanti” dai suoi aggressori. Il gruppo di anarchici ha inoltre saccheggiato il suo ufficio, distruggendo attrezzature e mobili, dipingendo le pareti con le bombolette spray con simboli anarchici.

L’immagine del professore Dimitris Bourantonis che, in ostaggio del gruppo anarchico, tiene legato al collo un cartello con scritto “solidarietà agli occupanti”.

Per arginare definitivamente il problema delle violenze nei campus, lo scorso mese è stato redatto e presentato dai ministri Kerameus (Istruzione) e Chrysochoidis (Protezione civile) un disegno di legge che ha per oggetto la riforma universitaria. Il progetto di legge propone limiti di ulteriori due anni per coloro che completano lauree quadriennali e tre anni supplementari per coloro che frequentano programmi che durano più di quattro anni. Ma il vero punto cardine della riforma riguarda la sicurezza all’interno dei campus: essa prevede la presenza di 1.000 guardie in divisa e disarmate nei campus universitari greci. Queste guardie risponderanno alle forze di polizia greche e avranno compiti simili a quelli della polizia. Inoltre, l’ingresso ai campus universitari sarà più controllato e potrebbe includere sistemi di sicurezza e controlli.

Lo scorso 11 febbraio si è tenuto, in Parlamento, il dibattito sul disegno di legge, che ha visto venire approvata la riforma, divenuta legge. Fuori dal palazzo Reale di piazza Syntagma circa 5.000 persone, perlopiù studenti universitari, si sono radunati per marciare ed esprimere il loro dissenso; duecento persone hanno cercato il contatto con le forze dell’ordine, ingaggiando una sassaiola con la polizia antisommossa. Sono stati usati gas lacrimogeni per disperdere le proteste, con la polizia che ha arrestato 52 persone. Le forze dell’ordine sono state criticate dopo che, sui social media, sono circolati video in cui alcuni agenti spingevano violentemente alcuni fotoreporter; uno di loro è stato picchiato mentre riprendeva le proteste.

I dimostranti sembrano non avere intenzione di fermarsi: la situazione è critica, ora tocca al governo cercare di evitare che le proteste degenerino come accadde nel 2008 in seguito all’uccisione del 15enne Alexandros Grigoropoulos, quando causarono centinaia di milioni di euro di danni.

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Kostas Mitroglou, il ritorno del figliol prodigo

Come vi avevamo anticipato qualche giorno fa, la notizia che ha infiammato questa sessione di mercato invernale è indubbiamente il ritorno di Konstantinos Mitroglou in Grecia. Con l’ufficialità del trasferimento, il bomber classe ’88 torna in patria legandosi all’Aris, firmando un contratto di un anno e mezzo.

Con questo articolo cercheremo di ripercorrere la carriera di uno dei giocatori greci più prolifici dell’ultimo decennio, che vanta un palmarés internazionale degno di nota.

Mitroglou nasce il 12 marzo 1988 a Kavala, città situata nella Macedonia orientale. I genitori, a pochissimi anni di distanza dalla nascita di Kostas, decidono di trasferirsi in Germania a causa di difficoltà economiche, in una cittadina vicino Duisburg. Si approccia subito al mondo del calcio: già dall’età di cinque anni era solito calciare il pallone insieme al papà, il quale aveva giocato come portiere con la squadra dilettantistica del quartiere. A 11 anni impressiona tutti, segnando 24 goal in 16 partite con il Maura Poulia. Dei suoi notevoli numeri se ne accorge il Duisburg, che nel 2001 lo rileva, facendogli firmare il suo primo contratto professionistico; Kostas viene aggregato nell’under 17, mentre la prima squadra rimane stabilmente nella Zweite Bundesliga, il secondo livello del campionato tedesco, piazzandosi sempre a metà classifica.

Nel 2005 lascia il Duisburg per unirsi al Borussia Mönchengladbach: anche qui continua la sua trafila tra le giovanili del club, dove colleziona 23 presenze in due stagioni. Nel 2007 arriva anche la prima convocazione della nazionale greca per l’Europeo under 19, disputato in Austria. La Grecia, grazie al tandem offensivo Mitroglou-Ninis, arrivò in finale dove però dovette arrendersi alla Spagna, che grazie a un goal di Parejo portò a casa il trofeo. Mitroglou riuscì a segnare tre goal in tutto il torneo, aggiudicandosi il titolo di capocannoniere insieme al tedesco Ben Hatira e al francese Monnet-Paquet.

In patria il suo nome inizia a farsi largo, in molti si accorgono di lui. L’Olympiacos brucia la concorrenza e lo acquista, versando nelle casse del club tedesco una cifra intorno ai 200.000 euro. Nel luglio 2007, all’età di 19 anni, Mitroglou torna in patria dopo tanti anni, firmando un contratto quinquennale. Si unisce subito alla prima squadra, allenata al tempo da Takis Lemonis, prendendo parte al ritiro estivo a Seefeld, Austria. Nonostante le iniziali difficoltà, dovute in gran parte alla scarsa conoscenza della lingua greca, le qualità del centravanti non fanno affatto fatica ad emergere. Segna il suo primo goal con i kokkini nella partita di Kypello Elladas contro il Diagoras, vinta per 2-1: sulla fascia di destra Galletti salta un avversario e crossa in mezzo, un difensore della squadra di casa colpisce la palla di testa e la regala a Mitroglou che, all’altezza del dischetto, calcia di prima gonfiando la rete.

Arriva anche il primo goal in Super League nella partita casalinga vinta 4-0 contro il Levadiakos. A fine stagione, colleziona dodici presente accompagnate da 4 goal e un assist. Vince campionato (il 36esimo per l’OSFP) e Supercoppa, vinta per 1-0 contro il Larissa, proprio grazie ad un suo goal. Come inizio è promettente.

Nella stagione successiva, quella 2008/2009, Ernesto Valverde viene appuntato come nuovo allenatore dell’Olympiacos. Il coach spagnolo non apprezza del tutto le caratteristiche tecniche di Mitroglou, a cui preferisce un profilo più dinamico, in virtù della sua idea di un calcio offensivo. Sebbene ci siano motivazioni di tipo tecnico-tattico alla base delle scelte di Valverde, il carattere ribelle del calciatore non ha aiutato. Già, perché la stampa greca al tempo lo aveva descritto come quel tipo di giocatore che, non appena entra in campo, si immerge in un mondo tutto suo, senza prestare troppa attenzione a quello che lo circonda. Un tipo di calciatore non troppo ligio alle regole, a cui non bisogna porre delle “restrizioni” per controllare la sua incontrollabile spontaneità. Gli veniva anche attribuita una peculiare “audacità calcistica”, caratteristica molto ricercata dagli allenatori, una dote comune a pochi. Sul piano personale invece veniva descritto come una persona a cui piace molto fare scherzi, che sfodera tagli di capelli discutibili e che, più in generale, è molto allegra.

Questa descrizione comportamentale, che tra le altre cose non rappresenta una novità per gli amanti del calcio (di calciatori esuberanti se ne sente parlare spesso), potrebbe non aiutarvi ad inquadrare in toto il soggetto. Due episodi, di cui uno accaduto durante la stagione 2008/2009 e il secondo (ve ne parliamo tra poco) durante la stagione successiva, possono chiarirvi le idee. Il 13 agosto 2008 i kokkini affrontano l’Anorthosis, nella partita valida per l’andata del terzo turno di qualificazione di Champions League. La trasferta a Cipro si trasforma in una disfatta: l’Olympiacos perde con un sonoro 3-0. Ma, come se la pesante sconfitta non bastasse, Mitroglou butta benzina sul fuoco e manda su tutte le furie Valverde. Sul 2-0 per i padroni di casa, il direttore di gara fischia un calcio di rigore a favore della squadra del Pireo: Valverde vorrebbe che fosse Đorđević a calciare il rigore, ma Mitroglou si impunta, prende il pallone e decide di calciare lui. Rincorsa, calcia col piattone sinistro ma il pallone sbatte sul palo. L’allenatore spagnolo va su tutte le furie, i rapporti tra i due si congelano. Se già prima di questo episodio Mitroglou non era nelle grazie dell’allenatore, adesso la situazione diventa ancor più complessa. Una stagione da dimenticare, quella 2008/2009, durante la quale il centravanti colleziona 16 partite (spalmate in quattro competizioni diverse: campionato, Kypello Elladas, Coppa UEFA e qualificazione Champions League) condite da solo 3 goal.

A giugno 2009 la società biancorossa decide di non rinnovare il contratto a Valverde, in seguito a una disputa di natura economica. L’allenatore georgiano Temuri Ketsbaia prende il suo posto, e la situazione di Mitroglou diventa subito più distesa. Anche Zico, che aveva sostituito Ketsbaia sulla panchina, credeva nelle qualità del centravanti facendolo sentire parte integrante del progetto. Nel frattempo Kostas migliora anche il suo greco, parlandolo quasi perfettamente, ma non è in grado di leggere o scrivere la lingua: non legge mai quotidiani sportivi greci, ma solo quelli tedeschi.

L’avventura di Ketsbaia al Pireo è davvero breve: a settembre 2009, nonostante la squadra stesse andando bene in campionato e non avesse subito nemmeno un goal con il georgiano in panchina, il malumore dei tifosi forza la mano alla società, che lo esonera e lo rimpiazza con Zico. La rosa, che fu falcidiata dagli infortuni, sotto la guida del coach brasiliano riuscì a passare il girone di Champions League e ad approdare agli ottavi, ma a metà gennaio dopo una serie deludente di partite perse anche Zico fu esonerato;  a prendere le redini della squadra fu chiamato Bandović. A febbraio i kokkini escono dagli ottavi di Champions, eliminati dal Bordeaux, e conclusero il campionato stanziandosi al secondo posto, alle spalle del Panathinaikos campione.

Il secondo episodio di cui vi accennavamo prima concerne la sua esultanza dopo i goal: era solito incrociare le mani sul petto a forma di pistola. Per questo gli venne affibbiato il soprannome di “pistolero”. Tuttavia, all’allora patron dell’Olympiacos Sokratis Kokkalis, l’esultanza era sembrata un po’ esagerata, ed aveva parlato in privato col calciatore, chiedendogli di cambiare il modo di festeggiare. Il 22 novembre 2009 va in scena al Karaiskakis il derby tra Olympiacos e Panathinaikos, vinto per 2-0 dagli erithrolefki grazie alla doppietta di Mitroglou che, inevitabilmente, festeggia facendo l’esultanza del pistolero. Kokkalis, che a fine stagione si dimetterà dal ruolo di presidente, carica ricoperta per ben vent’anni, in seguito alla reiterata esultanza del centravanti decise di non intervenire. Nonostante la stagione non portò alcun trofeo, Mitroglou era tornato ad essere titolare inamovibile, giocando 26 partite in campionato, tutti i playoff e quasi tutte le partite di Champions, partite di qualificazione comprese.

La stagione 2010/2011 è fondamentale per i tifosi dell’Olympiacos: la società passa nelle mani della controversa figura di Evangelos Marinakis, il quale richiama Valverde sulla panchina e investe sul mercato. Alla corte dell’allenatore spagnolo arrivano infatti giocatori di un certo calibro, come Riera, Ibagaza, Mirallas, Pantelić e Modesto. Nei primi quattro mesi di campionato Mitroglou colleziona solo 4 presenze, fa fatica a trovare spazio e a gennaio 2011 viene mandato in prestito al Panionios per sei mesi. A Nea Smirne riabbraccia Takis Lemonis, il quale lo schiera subito titolare nell’impegnativa trasferta a Salonicco contro l’Aris. Il Panionios, a secco di vittorie da sei partite, sbanca il Vikelidis per 2-0 grazie alla doppietta di Mitroglou. Poco dopo la sua partita d’esordio, viene di nuovo schierato nell’undici titolare nella partita interna contro il Panathinaikos, il 23 gennaio: Mitroglou segna la rete del vantaggio con un colpo di testa, per festeggiare si toglie la maglia e si abbassa i pantaloncini mentre corre verso il settore occupato dagli ultras dei Panthers, lanciando la maglietta sugli spalti. Abbassandosi i pantaloncini mette anche in bella mostra la sua biancheria intima, facendo infastidire i giocatori del tryfilli, che considerano il gesto provocatorio. Non avendo più a disposizione la maglia per giocare, che è finita tra gli spalti occupati dagli ultras del Panionios, il magazziniere è costretto a fare uno sprint negli spogliatoi per portargliene una nuova. La stagione termina con 16 presenze (delle quali 11 con il Panionios) e 9 goal (di cui 8 con il Panionios). Numeri impressionanti, ma al Pireo la sua assenza non si fa sentire: l’Olympiacos vince il campionato con tredici lunghezze dal Panathinaikos.

La stagione 2011/2012 è molto simile a quella precedente: Valverde rimane in panchina, mentre Marinakis rinforza di nuovo la rosa acquistando Makoun, Orbaiz, Marcano, Djebbour e Abdoun. Per Mitroglou c’è ancora meno spazio della stagione prima, per questo viene mandato in prestito per un anno all’Atromitos. Con Donis in panchina, la squadra di Peristeri fa una stagione straordinaria, concludendo il campionato al terzo posto e aggiudicandosi per la prima volta l’accesso alle qualificazioni di Europa League. L’Atromitos riesce anche ad arrivare in finale di Kypello Elladas, persa proprio contro l’Olympiacos. Mitroglou viene votato come miglior giocatore dell’anno della Super League, segnando 16 reti, dietro soltanto a Mirallas, capocannoniere con 20 goal.

Le due stagioni successive sono il trampolino di lancio per la carriera di Mitroglou: torna all’Olympiacos, che intanto ha sostituito Valverde con Leonardo Jardim, sgomita con Djebbour per il posto da titolare. Nella stagione 2012/2013 raccoglie ben 42 presenze, in campionato realizza 11 goal ma è protagonista assoluto nei gironi di Champions League; l’Olympiacos si piazza terzo e abbandona la competizione con 9 punti, ma Mitroglou segna come un vero goleador: realizza il goal vittoria del 2-1 sul Montpellier, il goal del momentaneo 1-1 all’Emirates Stadium e il 3-1 nella vittoria casalinga contro il Montpellier.

Ma il vero punto di rottura nella sua carriera è rappresentato dalla stagione 2013/2014. Realizza la prima tripletta della sua carriera il 1 settembre contro il Levadiakos, nella vittoria esterna ottenuta per 5-0. Segna la sua seconda tripletta due settimane dopo, nel 4-0 rifilato allo Skoda Xanthi, diventando il primo giocatore nella storia dell’Olympiacos – così come della Super League in generale – a segnare due triplette consecutive, avendo anche segnato in una partita internazionale tra queste due partite. Stufo di segnare triplette solo in campionato, Mitroglou alza il tiro e si ripete anche in Champions League: l’Olympiacos vince 3-0 in Belgio contro l’Anderlecht grazie alla tripletta di Kostas. Il centravanti, in stato di grazia, quattro giorni dopo segna di nuovo una tripletta, questa volta in campionato, nella vittoria per 6-0 contro il Veria. Tra campionato e Champions League, in appena quattro mesi, aveva realizzato 17 goal e un assist: numeri da capogiro. Le prestazioni del calciatore non potevano passare inosservate, e nel mercato invernale il Fulham acquista il cartellino di Mitroglou per la cifra record di 12 milioni di sterline, l’acquisto più costoso nella storia del club inglese. Il 31 gennaio 2014 firma un contratto di quattro anni e mezzo.

Kostas sbarca a Londra per la sua nuova avventura, ma seconda metà di stagione con la nuova squadra non andò come sperato: Mitroglou ebbe problemi muscolari e riuscì a giocare soltanto tre partite. Il Fulham a fine stagione retrocesse.

Nell’agosto 2014 il Fulham decide di mandarlo in prestito per un anno all’Olympiacos, con il quale vince sia campionato che coppa, segnando sedici goal in ventiquattro partite. In Champions League segna il goal del 3-1 all’Atletico Madrid, realizza l’assist per il goal di Kasami nella vittoria interna contro la Juventus per 1-0 e un goal nella partita vinta contro il Malmo per 4-2.

Il 6 agosto 2015 viene girato in prestito al Benfica per un anno. In Portogallo disputa un’ottima stagione: forma la coppia d’attacco con Jonas, segnando 29 goal in due. Il  20 febbraio 2016, segnando il primo goal nella vittoria per 3-1 contro il Paços de Ferreira, va a segno in 7 partite di fila; l’entusiasmo dei tifosi delle Águias per aver ritrovato un centravanti così prolifico è tanto: così tanto che, a fine partita, un tifoso del Benfica fa invasione di campo, arriva davanti a Mitroglou, si inginocchia e tenta di lustrargli gli scarpini con la sua sciarpa. Con gli encarnados vince il campionato, e nell’estate 2016 la società decide di riscattarlo dal Fulham, pagando 7.000.000 di euro, facendogli firmare un contratto quadriennale.

Dopo il riscatto, nell’estate 2016 si appresta a disputare la seconda stagione con o glorioso: termina la stagione con sedici goal, quattro in meno rispetto alla sua prima stagione, ma mantiene un ottima media di rendimento. Trascina la squadra alla vittoria del nuovo campionato e della Taça de Portugal, la coppa nazionale. In quest’ultima competizione è particolarmente determinante, riuscendo a mettere a segno la sua prima tripletta nei quarti di finale contro il Leixões (partita vinta per 6-2) e una doppietta nella semifinale d’andata contro l’Estoril.

Dopo due ottime stagioni in Portogallo, attira l’interesse dell’Olympique Marsiglia, che lo rileva dal Benfica per 15 milioni di euro. La stagione 2017/2018, tuttavia, è indubbiamente influenzata dai 3 infortuni: il primo, un infortunio muscolare subito a fine luglio, lo mette K.O. per 2 mesi impedendogli di svolgere un’adeguata preparazione precampionato; il secondo e il terzo, invece, sono legati a dei problemi al tendine d’achille che lo tengono fuori per circa un mese e mezzo nella seconda parte della stagione. Ciononostante, riesce comunque a collezionare 19 presenze in campionato e 3 in coppa, realizzando rispettivamente 9 e 3 reti.

La stagione successiva dovrebbe essere quella del riscatto, ma a gennaio viene prestato fino a fine stagione al Galatasaray. A fine stagione altro prestito, questa volta in Olanda, al PSV. Entrambe le sue ultime esperienze hanno in comune una quantità irrisoria di presenze e di goal.

La sensazione è che, infortuni a parte, nell’ultima parte della sua carriera sia entrato in un circolo di prestiti senza né capo né coda. Tutto inizia in corrispondenza della sua seconda stagione al Marsiglia, quando viene allenato (per pochi mesi) dal nuovo allenatore, Villas Boas, che decide di metterlo alla berlina e di escluderlo definitivamente dal progetto mandandolo in prestito. I motivi della sua esclusione sono misteriosi, soprattutto se si dà una rapida occhiata al reparto offensivo del Marsiglia, a prescindere da posizioni in classifica o raggiungimenti europei. Il tecnico portoghese ha preferito riporre completa fiducia in Dario Benedetto, centravanti argentino ex Boca Juniors, sebbene questa scelta non abbia risolto la carenza di goal della squadra: la sensazione degli addetti ai lavori è che il Benedetto visto alla Bombonera non sia lo stesso del Velodrome. Nonostante Mitroglou sia più lento, abbia più nonchalance e sia meno tecnico dell’argentino, in area di rigore è una macchina da goal implacabile. Anche le statistiche volgono a favore di Mitroglou: il rapporto tra goal segnati e minuti giocati vede l’attaccante greco nettamente superiore rispetto all’argentino (Mitroglou 1 goal ogni 120 minuti, Benedetto 1 goal ogni 229 minuti). Mentre si può criticare il calciatore, non si può fare lo stesso con la sua professionalità, la dedizione al club e la sua persona, che è maturata moltissimo in questi anni; nonostante sia stato tagliato fuori dalla rosa e mandato in prestito per un anno e mezzo, non si è mai lamentato né attraverso i social network né attraverso interviste. Mai una parola fuori posto, anche se ha avuto più volte l’opportunità di seminare discordia, chiedendo magari un trasferimento o un confronto con l’allenatore. Ha aspettato pazientemente un’opportunità che non è mai arrivata.

Mitroglou è fuori condizione, non gioca dallo scorso marzo, ma l’Aris aveva iniziato a sondare il terreno già da qualche giorno. L’arrivo di Milik, che dovrebbe rimpiazzare il greco, ha facilitato le trattative. Il presidente dell’Aris Karipidis ha pubblicato un paio di giorni fa sul suo profilo Instagram una storia, che ritrae Mitroglou con la divisa da gioco dell’Aris, con tanto di scritta in inglese “done deal”. Ieri pomeriggio è sbarcato a Salonicco, questa mattina ha svolto le visite mediche: l’Aris ha concluso un grande trasferimento, aveva bisogno di un attaccante di peso e lo ha trovato in Mitroglou, che dovrà ritrovare la giusta forma fisica per poter continuare a dire la sua. In fondo, in Grecia ha sempre giocato bene, e potrebbe essere l’occasione per lui di rientrare nel giro della nazionale.

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Il Panathinaikos vuole celebrare alla grande i 50 anni da Wembley

Il 2021 è un anno particolare per il Panathinaikos perché è il 50° anniversario dall’Impresa di Wembley, come giustamente viene soprannominato il più grande successo del calcio greco a livello di club: la partecipazione del Panathinaikos nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Ajax. Mezzo secolo è passato dal 2 giugno 1971 quando i Prasinoi, sotto la guida di Ferenc Puskás, hanno affrontato alla pari gli olandesi “volanti” di Johan Cruijff.

Questa impresa epica verrà festeggiata come merita. Il Panathinaikos FC dedica il 2021 alla squadra che più di ogni altra ha glorificato la società! Il 2021 sarà l’Anno di Wembley per tutta la famiglia del Trifylli!

Il Panathinaikos FC, volendo onorare i protagonisti di questo miracolo del calcio greco, ha progettato una serie di attività durante il 2021 che hanno come obiettivo la preservazione della memoria. Facendo rivivere le immagini, le nuove generazioni impareranno e verrà stimolata la memoria collettiva.

Concorso per il logo

La prima attività in ordine temporale, che presuppone la vostra partecipazione, è l’inizio di un concorso per la creazione del logo, il quale accompagnerà le prossime iniziative che riguardano l’Αnno di Wembley. Il logo verrà stampato sui vari gadget che verranno creati. Il concorso comincia subito e si concluderà il 1° febbraio. Chi desidera partecipare, dovrà completare il form che troveranno sul sito della società all’indirizzo https://www.pao.gr/wembley2021.

L’annuncio del logo vincitore avverrà il 3 febbraio sul sito della società e sui profili social ufficiali del Panathinaikos (Instagram, Facebook, Twitter). Il realizzatore del logo avrà tutta la serie di regali dell’Anno di Wembley e anche un doppio invito per l’anteprima del film sul Wembley.

Il film di Wembley

Il film per Wembley è la seconda iniziativa del Panathinaikos FC per far comprendere a tutti quanto fosse grande il percorso di quella squadra della stagione 1970-1971. La prima proiezione del film avrà luogo il 2 giugno, nell’anniversario della finale di Wembley, in una sala cinematografica che verrà comunicata prossimamente. Il film sarà di carattere storico in cui, tramite ricerche approfondite e interviste con i protagonisti, viene messa in risalto la massima impresa sportive con le sue implicazioni sociali. I più giovani impareranno e i più anziani ricorderanno che fatti all’apparenza non correlati si fossero legati in un modo magico, creando un’armonia assoluta!

Mostra fotografica virtuale

Il precursore del film sarà la mostra fotografica e di reperti storici virtuale. Valorizzando l’archivio del Panathinaikos e con il prezioso aiuto di ex calciatori, ma anche la collaborazione con i club che si sono trovato sulla strada del Trifylli per Wembley, sarà creata una mostra unica per i canoni greci. Purtroppo, la pandemia non consente la realizzazione della mostra dal vivo. Almeno, attraverso la rete, i milioni di tifosi del Panathinaikos da tutto il mondo potranno esplorare l’ambiente museale virtuale. La mostra aprirà le proprie porte interattive a maggio.

Serie di prodotti commerciali

L’Anno di Wembley avrà anche una sua serie commerciale. Magliette e tute che verranno indossate solamente nel 2021 e saranno da collezione, maglie da allenamento, zaini e indicativamente cappelli, sciarpe, tazze, penne, sottocoppe. Su tutti questi prodotti sarà raffigurato il logo vincitore del concorso e saranno disponibili a partire da febbraio.

Maglia da collezione

Nella prossima partita contro il Larissa, i giocatori del Panathinaikos indosseranno la maglia celebrativa dell’Anno di Wembley. Nella divisa da gioco un ricamo “abbraccerà” il trifoglio: da una parte ci sarà il numero 50 per l’anniversario del mezzo secolo e dall’altra la data della finale (il 2 giugno 1971, ndr). Inoltre, in tutte le partite casalinghe la squadra indosserà una maglia da allenamento dedicata all’anniversario di Wembley. Entrambi i prodotti saranno da collezione e verrano resi disponibili al pubblico da lunedì 11 gennaio tramite il sito www.paofc.gr.

Le attività per l’Anno di Wembley non si fermano qui. Ogni novità verrà annunciata sui canali ufficiali del Panathinaikos.

[Traduzione e adattamento dell’intero comunicato pubblicato oggi dal Panathinaikos FC.]

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Quando Atene festeggiava il Natale allo stadio

Κοstas Nestoridis (AEK) portato in trionfo in una foto degli anni Cinquanta. [fonte enwsi.gr]

Il 14 novembre 1926 nasce l’Epo, la Federcalcio greca. Questa nuova unione vuole organizzare il primo campionato nazionale greco, con squadre dall’Attica, dal Pireo e dalla Macedonia. Dopo un litigio con l’Olympiakos, la Federcalcio lo espelle da ogni competizione: in segno di solidarietà, anche Panathinaikos e AEK non partecipano e così l’Epo si priva anche delle due società ateniesi.

L’antefatto

Nell’autunno del 1927, viene creato il POK con Panathinaikos, Olympiakos e AEK, da cui viene tratta la K di Konstantinoupoleos (it. di Costantinopoli). Un trust tra le tre big del calcio ellenico, le quali giocavano tra di loro delle amichevoli, visto che in campionato non potevano partecipare. La situazione rientra nei ranghi nel luglio del 1928 con le tre società che tornano sotto la Federcalcio. Solo che le squadre in Grecia erano ancora molto poche, il calendario abbastanza vuoto e le società dovevano battere cassa. Quindi il POK ha un’idea, già provata a Salonicco e nel periodo di Pasqua: giocare durante le feste natalizie.

Ed era un’intuizione eccezionale. Un torneo di calcio in quel periodo, con le squadre più famose, che avrebbe dato più introiti alle società grazie agli incassi dei biglietti, in un’epoca senza sponsor e diritti televisivi. E la risposta del pubblico fu oggettivamente ottima. Già dalla fine degli anni Venti, i greci adoravano il calcio, riempiendo i (pochi) stadi. Specialmente nel periodo delle festività le opzioni per divertirsi erano poche per i portafogli della gente comune. E, come si chiede anche protagon.gr, chi non avrebbe speso due dracme dalla tredicesima per seguire questo nuovo, entusiasmante spettacolo?

La storia

Il timing, tuttavia, per l’applicazione dell’idea è stato il peggiore possibile. La prima vera edizione della Coppa delle Feste era programmata per il Natale del 1940 ma salta: due mesi prima Mussolini cercò di invadere la Grecia, che era in procinto di entrare in guerra. Nel Natale del 1943, con Atene occupata dalla Germania nazista, le società decidono di organizzare il torneo: al Leoforos l’Olympiakos batte per 5-2 il Panathinaikos davanti a più di 10.000 spettatori, mentre nei primi giorni del 1944 l’AEK mette al tappeto sia Panathinaikos (2-1) che Olympiakos (1-0), conquistando il trofeo. Ιl 12 ottobre 1944 Atene viene liberata dai nazisti: piccola particolarità, la Grecia festeggia il 28 ottobre, data in cui di fatto entra in guerra nel 1940, ma il 12 ottobre è una data passata totalmente in secondo piano.

Nel Natale del 1944 era prevista, in un’Atene finalmente liberata, la seconda edizione della Coppa. Ma quel giorno passa alla storia per la visita lampo di Winston Churchill nella capitale ellenica. Infatti, dal 3 dicembre, e per 33 giorni, Atene si trova sotto i colpi dei Dekemvrianà (it. Fatti di dicembre), con scontri tra le forze di resistenza armate e le forze del governo monarchico di unità nazionale instaurato dai britannici dopo la liberazione. La conquista della Coppa da parte dell’AEK non è così importante, con il Leoforos bombardato solamente il 23 dicembre e una situazione davvero fuori controllo in città.

Dopo due anni di pausa, si prova a tornare alla normalità nel 1947, con la nuova Coppa di Natale, che prende sempre più importanza negli occhi dei tifosi che vogliono dimenticare un decennio di guerra e fame. Nel 1950 dura per la prima volta due settimane ed è un torneo particolare: tutte le squadre arrivano a pari punti e, visto che nel regolamento non era previsto alcun criterio per avere un vincitore in questo caso, la Coppa non viene assegnata. Negli anni Cinquanta vengono invitate anche le squadre straniere, aiutando ad alzare il livello del calcio greco. Nel 1959 il Vojvodina distrugge per 8-3 il Panathinaikos con una tripletta di Toza Veselinović, che sarà poi allenatore dell’Olympiakos e dell’AEK. Un Olympiakos che, in quel decennio, sta costruendo il proprio mito, la propria leggenda, il proprio Thrylos: ai sette campionati vinti, si aggiungono anche le sei Coppe di Natale.

I ricordi

In un articolo del Natale di sei anni fa, gazzetta.gr ha dedicato un approfondimento su questo torneo, intervistando l’ex bomber dell’Olympiakos Ilias Ifantìs (classe ’36), una delle leggende della squadra del Pireo, e il difensore ex Apollon Smyrnis e Panathinaikos, Aristidis Kamaras (classe ’39). Se vi ricorda qualcosa l’ultimo cognome, non è strano: al fratello maggiore Georgios è dedicato lo stadio dell’Apollon, il Rizoupoli, mentre lo stesso Aristidis era titolare nel Trifylli sconfitto a Wembley nella finale di Coppa dei Campioni nel 1971.

La gente nelle feste non aveva altro tipo di intrattenimento. Il calcio regnava sovrano, le persone si aggrappavano allo stadio come l’uva! […] Le squadre erano poche e avevamo un calendario vuoto. Allora c’era un manager pazzesco, l’illustre signore Volanakis, che aveva come sede la città di Vienna e portava squadre straniere in Grecia per Natale e Pasqua. Arrivavano grandi squadre. Il Rapid, l’Austria, l’Hajduk: avevo visto persino Happel, pensate! Le squadre jugoslave avevano giocatori incredibili. In quel periodo, oltre al grande POK (Panathinaikos-Olympiakos-AEK), c’era anche il piccolo, con Apollon-Panionios-Ethnikos, che invitava anch’esso altre squadre. Dal 15 dicembre al 20 gennaio c’erano le vacanze invernali: visto che le società avevano bisogno di biglietti, sono stati creati tornei come la Coppa di Natale, la Coppa di Pasqua e la Coppa di settembre.

Aristidis Kamaras

Quell’epoca era unica ed irripetibile. Erano partite organizzate alla perfezione, dopo tanto studio dietro. Un torneo che non lasciava alcun spazio alle polemiche, non come avviene ora. […] Da quelle gare usciva una verità agonistica e culturale. Tutti abbiamo adorato questa competizione. Sia nella Coppa di Pasqua che in quella di Natale lo stadio era gremito. Anche allora c’era povertà, ma era diverso…
La cosa più importante? Da quelle partite si sono messi in evidenza grandi giocatori, perché davano l’opportunità agli allenatori di schierare ragazzi come me che poi hanno lasciato un segno.

Ilias Ifantìs

Mentre a Kathimerinì, in un articolo pubblicato ieri, lo stesso Ifantìs rammenta come ha conquistato il posto all’Olympiakos e un dettaglio sugli spalti:

Avevo 16 anni quando ho debuttato [nella Coppa di Natale]. Ho anche segnato e da quel momento l’allenatore mi guardava con un altro occhio. In poco tempo sono diventato un titolare e non giocavo solo quando ero infortunato. Hanno fatto male ad abolire queste competizioni.
Sugli spalti i tifosi erano sparpagliati, seduti tutti insieme e senza distinzione di squadra: non c’era il fanatismo di oggi. Certo, a volte c’erano dei piccoli episodi, ma gli altri tifosi li fermavano subito.

Per farvi capire la portata dell’evento, la prima pagina del quotidiano sportivo Athlitikì Ixò del 24 dicembre 1953 scriveva così:

Il fortissimo Vojvodina è arrivato ieri e si è allenato nel pomeriggio nello stadio del Panathinaikos. Tra i convocati sono presenti anche gli illustri nazionali Rajkov, Veselinović, Milovanov, Boškov (Vujadin, ex allenatore della Sampdoria scudettata, tra le altre, ndr). Domani pomeriggio la squadra affronterà la sua prima partita in terra greca contro l’AEK.

Un torneo che era diventato quasi il Boxing Day in salsa ellenica, non solo per il periodo dell’anno in cui veniva giocato, ma anche per la grande affluenza di pubblico. Con l’introduzione del campionato a girone unico nella stagione 1959-1960 e la dissoluzione del POK, la Coppa di Natale perde tanto appeal.

L’edizione del 1962, vinta dall’Olympiakos, sarà infatti l’ultima volta in cui i tifosi greci potevano unire Natale con il calcio…

P.S. Anche a Salonicco si organizzava la Coppa di Natale, ma le fonti sono davvero limitate. Un’edizione con PAOK, Aris e Iraklis era stata giocata tra la fine del 1956 e l’Epifania del 1957, con vincitore il Dikefalos.

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L’impresa del PAOK al White Hart Lane

Il Dikefalos tou Vorrà ogni volta che si trova in Inghilterra fa grandi cose. Nel settembre del 1997 la rete di Zisis Vryzas all’Highbury eliminò l’Arsenal di Wenger al 1° turno di Coppa UEFA, mentre il 30 novembre del 2011 Salpingidis e Athanasiadis stendevano il Tottenham di Redknapp (con Modrić, Bale e un 18enne Harry Kane), qualificandosi ai sedicesimi di Europa League.

La cronaca

La squadra di László Bölöni, ora al Panathinaikos, entrò nello storico impianto degli Spurs e lo ammutolì in nemmeno 15 minuti. Anzi, si sentivano solo i circa 2.000 tifosi del PAOK giunti a Londra, che non si fermarono un attimo con i loro cori. Addirittura, altri 1.500 erano fuori dallo stadio perché non riuscirono ad avere il biglietto per entrare!

Con Vieirinha fermo ai box, il 24enne Giorgos Georgiadis (appena prelevato dal Panserraikos, ndr) fece vedere gli incubi a Vedran Ćorluka a sinistra.
Al 6′ Fotakis servì Georgiadis sulla destra, il quale puntò il nazionale croato, si accentrò e crossò per Salpingidis, lasciato solo in area, il quale batté Gomes di testa. Non passarono nemmeno dieci minuti e il PAOK colpì ancora.

Pablo García verticalizzò per Georgiadis, che sbucò alle spalle del povero Ćorluka, e di prima la passò intelligentemente in orizzontale per Stefanos Athanasiadis che in scivolata raddoppiò. I tifosi greci, a torso nudo nel gelido clima londinese, impazzirono: al 14′ il Tottenham era già sotto 0-2.

Fino ad arrivare al 37′. Dopo un corner dalla sinistra – e un’uscita a farfalle di Chalkias – Jermain Defoe tirò a botta sicura con la porta sguarnita e Stafylidis (due giorni prima del 18° compleanno, ndr) la prese nettamente tra la coscia e il costato, posizionando il braccio destro dietro la schiena. Però l’olandese Bas Nijhuis, macellaio di professione, la pensò diversamente: colpo di mano sulla linea di porta, rosso diretto a Stafylidis, al suo debutto europeo, e penalty che Modrić realizzò. Se ci fosse stata la VAR…

Da lì in poi assalto inglese. Con un uomo in meno, il portiere Chalkias non proprio nella migliore partita della sua lunga carriera, per usare un eufemismo, e due cambi forzati, visti gli infortuni di Lazar e Contreras, il PAOK resistette fino al fischio finale.

Pensate che questa estasi calcistica arrivò nell’epoca pre Savvidis, con i problemi finanziari della società che erano ormai evidenti. Un mese dopo quella partita Vieirinha venne ceduto al Wolfsburg, mentre Pablo Contreras fu svincolato proprio per non andare in fallimento.

Ai sedicesimi, la squadra di László Bölöni affrontò (e venne eliminata) dall’Udinese di Francesco Guidolin. Ma questo ha poca importanza nell’economia di questo racconto: l’impresa del White Hart Lane rimane eccome nelle menti dei tifosi del PAOK.

Se volete rivivere le emozioni di quella partita, qui ci sono gli highlights e qui tutto il backstage dagli spalti nel video di Paok Community.

Ι ricordi

Siamo entrati in partita senza alcuna ansia, perché in questi match non hai niente da perdere. Abbiamo sorpreso il Tottenham segnando due reti veloci e questo ci ha aiutato molto. Poi sono arrivati l’espulsione e il rigore che ci hanno reso la vita un po’ difficile. Nella ripresa l’aiuto dei nostri tifosi è stato fondamentale per mantenere la vittoria.

Quando abbiamo realizzato il raddoppio l’unica cosa che volevamo era di esultare con i nostri tifosi. Non ci aspettavamo così tanta gente sia a Londra che in aeroporto. Ci dà tanta forza.

Le parole di Athanasiadis il giorno dopo la storica vittoria

Lo scorso giugno la trasmissione Blast From The Past della pay-tv Cosmote Tv ha dedicato una puntata su questa partita. Durante la trasmissione, Dimitris Salpingidis ha svelato un particolare dal dopogara:

Mi ero chiuso in un piccolo bagno che avevano [allo stadio] e mi sono messo a piangere. È stata una reazione di felicità e sollievo.

Nella stessa puntata è intervenuto anche Pablo García, allora mediano di quella squadra e da circa un mese allenatore del PAOK:

Siamo andati a festeggiare con i nostri tifosi… Abbiamo corso tantissimo in quella partita, è stata una buona serata.

Per poi analizzare tatticamente il match. Il video è solamente in greco ma con la grafica potrete intuire come il PAOK abbia vinto quella partita: il quartetto difensivo del Tottenham era molto largo orizzontalmente, con gli attaccanti ospiti liberi di inserirsi, mentre il centrocampo greco sovrastò numericamente quello inglese.

Ricetta semplice, ma molto efficace.

Il tabellino del match

30 novembre 2011, White Hart Lane (Londra)
Europa League, 5° giornata, Gruppo A

TOTTENHAM 1
PAOK 2
Reti: 6′ Salpingidis (P), 14′ Athanasiadis (P), 39′ rig. Modrić (T).
Tottenham (4-4-2): Gomes; Rose (24′ st Bale), Bassong, Gallas, Ćorluka; Pienaar (22′ st Walker), Livermore, Modrić, Lennon; Kane (26′ st Falque), Defoe. A disp. Cudicini, Fredericks, Carroll, Townsend. All. Harry Redknapp.
PAOK (4-3-3): Chalkias; Stafylidis, Contreras (36′ st Cirillo), Malezas, Etto; Lazar (39′ st Arias), García, Fotakis; Georgiadis (16′ st Sznaucner), Salpingidis, Athanasiadis. A disp. Krešić, Balafas, V. Ivić, Papazoglou. All. László Bölöni.
Arbitro: Bas Nijhuis (Paesi Bassi).
Espulso: 37′ Stafylidis (P).
Ammonito: 44′ st Athanasiadis (P).

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Daniel Batista, il Gullit dei poveri

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Nato nell’affascinante isola creola di Capo Verde, Daniel Batista Lima è diventato una vera e propria leggenda in Grecia, poiché nel 1994 è stato il primo straniero naturalizzato greco ad indossare la maglia dell’Ethniki.

Come molti suoi colleghi, sin da giovanissimo iniziò a calcare i campi di São Vicente, sua città natale, ispirato dalla fama di suo zio e suo cugino. Lo zio, Noni Lima, disputò quasi interamente la sua carriera in Grecia con la maglia del Panionios (ben 11 stagioni) e con il Charavgiakos. Suo cugino, soprannominato Faba, fu invece portiere della nazionale del paese. All’età di 16 anni Daniel si trasferisce in Olanda con la famiglia, dove si iscrive all’accademia del Feyenoord. La determinazione e l’amore per il calcio lo spingono a disputare partitelle con alcuni immigrati capoverdiani stanziati in Olanda e ad allenamenti individuali, affinando le proprie capacità tecniche di volta in volta.

La svolta della sua carriera avvenne quando il suo padrino, che era anche amico di suo zio, lo vide giocare durante un torneo, rimanendone piacevolmente sorpreso. Gli propose di andare in Grecia per essere visionato da un suo amico manager, e così Daniel accettò. Sbarcato in Grecia, prese parte ad un provino per il Panionios, ma venne rifiutato perché non rispecchiava i parametri del club, che cercava invece un centravanti di esperienza. Dopo aver giocato una partita per la società di Nea Smirne, rimase nel paese e disputò un’amichevole vestendo questa volta la maglia del PAS Giannina, durante la quale segnò 4 goal nel primo tempo e uno nella seconda frazione di gioco, ma nonostante l’impressionante impatto fu rifiutato perché, apparentemente, nel secondo tempo non giocò sufficientemente bene da essere ingaggiato.

Tornato in Olanda, dopo nemmeno un anno fu di nuovo contattato per tornare in Grecia da Dimitris Konstantaras, giornalista della testata Athliki Ixò ed amico di un suo conoscente, che credeva nelle potenzialità del giovane capoverdiano. Iniziandosi ad allenare con l’Acharnaikos, attirò ben presto l’interesse dell’Ethnikos.

Tuttavia trasferirsi all’estero era complicato, in quanto inizialmente solo due stranieri erano autorizzati a giocare in una squadra greca. Nel suo caso, Batista fu considerato uno straniero anche dopo aver acquisito la cittadinanza olandese. L’Ethnikos, comunque, si accaparrò il cartellino del giocatore, facendogli firmare un contratto. Dopo aver disputato delle discrete stagioni con i biancoblù, il club non voleva lasciar partire il giovane attaccante, nonostante l’offerta di 130 milioni di dracme da parte di una squadra turca. In realtà la società del Pireo in un primo momento accettò l’offerta, ma durante le trattative alzò ulteriormente la cifra, facendo naufragare l’accordo tra le due parti. Dopo aver risolto un problema legato alla durata contrattuale, Batista lasciò dopo tre stagioni la squadra del Pireo.

Nel 1989 Batista fu ad un passo dal firmare per l’Olympiacos, avendo firmato un accordo con l’allora proprietario del club Giorgos Koskotas, il quale però finì in galera per debiti e non riuscì a dare i soldi promessi al calciatore. Per riparare al torto, a Batista fu dato un assegno con parte della sua commissione da ritirare in banca, risolvendo almeno l’aspetto economico. Nel frattempo il presidente dell’AEK Stratos Gidopoulos contattò personalmente il capoverdiano, convincendolo a firmare per i gialloneri. Con i kitrinomavri Batista rimarrà per tre stagioni, segnando 39 reti in 90 presenze.

Nel 1992 il nuovo  presidente dell’AEK, Konstantinos Generakis, decise di ridurre l’ingaggio del giocatore nonostante il parere contrario di quest’ultimo. Questo diverbio economico portò il capoverdiano a non rinnovare il contratto e, nel giro di poco tempo. l’Olympiakos tornò a tre anni di distanza sul giocatore offrendogli il doppio di quanto guadagnava con i kitrinomavri. Batista decise di accettare, diventando un nuovo giocatore del Thrilos.

L’allenatore degli erithrolefki all’epoca era l’olandese Thijs Libregts, con cui Batista non ebbe mai un rapporto amichevole. Come affermato a posteriori dallo stesso calciatore, il tecnico era molto bravo nel suo lavoro, ma spesso risultava essere agli occhi del capoverdiano molto scortese, anche attraverso l’utilizzo di commenti ironici durante gli allenamenti. Addirittura, il tecnico olandese arrivò anche a sindacare lo stipendio di Batista senza che quest’ultimo lo avesse chiesto.

Nel 1994, dopo aver ottenuto la doppia cittadinanza greca-olandese, fu convocato con la nazionale greca per la partita contro la Finlandia, valevole per le qualificazioni agli Europei del 1996. Fu proprio al suo esordio che riuscì a segnare il suo primo goal, in una partita che finì con un risultato di 4-0 a favore della Το Πειρατικό. Giocò per la nazionale greca dal 1994 fino al 1997, collezionando 14 presenze e due reti.

Dopo tre stagioni trascorse tra alti e bassi, durante le quali riuscì a vincere la Supercoppa nazionale, la proposta di rinnovo fatta dalla società biancorossa non soddisfaceva le richieste del calciatore, tanto che si arrivò a pensare che fu fatta appositamente per mandarlo via. Batista comunicò la sua intenzione di voler lasciare il Pireo e di voler cercare un’altra squadra.

Nell’estate del ’95 c’è il ritorno di fiamma: Daniel Batista firma di nuovo per l’AEK. Durante i primi tempi la tifoseria era spaccata in due, tra chi era felice per il suo ritorno e chi invece non gli perdonava il passaggio ai rivali biancorossi, additandolo come traditore. Con il tempo tuttavia, quando si vennero a sapere le motivazioni del suo addio – legate alla disputa economica di cui vi abbiamo parlato sopra –  la situazione tornò alla normalità. Con i gialloneri Batista riuscirà ad alzare due Kypello Elladas, prima i trasferirsi nel 1999 a Salonicco, sponda Aris.

L’Aris sarà l’ultima squadra dell’attaccante capoverdiano, per cui giocherà fino al 2001, totalizzando solo cinque presenze.

 

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Eugène Gerards, un cretese nato nei Paesi Bassi

Il papà ha giocato a calcio, il fratello ha giocato il calcio, la mamma e la sorella erano nel mondo del calcio: Eugène Gerards da Brunssum, zona neerlandese di minatori, nasce il 7 maggio 1940 e si trova in una famiglia che vive per il gioco del pallone.

Si ritira a 32 anni dopo un grave infortunio ma non perde tempo e va nella vicina Colonia per studiare nell’Università dello Sport: il suo obiettivo è quello di diventare un allenatore.
Dal 1974 al 1985 è il viceallenatore del Roda sotto ben quattro tecnici e farà da traghettatore per una sola partita nel dicembre del 1984.

Il ruolo da primo allenatore gli piace e alla fine dell’ultima stagione prenderà una decisione che gli cambierà la vita.

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OFI, NON UN CAPITOLO MA UN LIBRO INTERO

Nell’estate del 1985, arriva la svolta grazie a Grigoris Tsinòs, difensore greco che aveva allenato al Roda:

Quando Grigoris è andato all’OFI, la sua dirigenza cercava un allenatore e così lui ha proposto il mio nome, dato che mi conosceva dall’esperienza al Roda. Mi hanno contattato per un appuntamento e sono andato ad Atene su invito del patron Theodoros Vardinogiannis. Il nostro rapporto è stato subito ottimo: io gli sono stato simpatico dal primo momento e ciò era ricambiato.

Norbert Keulen, storico magazziniere del Roda, ricorda che si era abbastanza sorpreso quando ha visto partire Gerards da solo e con una valigia: infatti, il limburghese aveva adddirittura prenotato un volo di ritorno per settembre.
Non sapeva, però, che sarebbe rimasto sulla panchina dell’OFI fino all’alba del nuovo millennio.

Lascia in patria la moglie e i figli, una vita che difficilmente un 45enne avrebbe potuto abbandonare. Specialmente Frank, suo figlio, se la prende abbastanza, perché non concepisce il fatto che suo padre abbia scelto di intraprendere una nuova vita.
Eugène, sull’isola di Creta, è come se nascesse per la seconda volta.

Ad Irakleio Gerards trova una società con infrastrutture da dilettanti, senza un vero e proprio centro sportivo. Chiunque si sarebbe tirato indietro, ma la tempra di un limburghese non è da sottovalutare.

Il binomio Vardinogiannis-Gerards è qualcosa di unico, soprattutto nei primissimi anni. L’allenatore viene considerato un re Mida per i tifosi dell’OFI: tutto quello che toccava, diventava oro, con i fondi del suo patron.

Vardinogiannis faceva tutto quello che gli chiedevo. Quando gli ho chiesto la costruzione di un centro sportivo mi ha detto: «Trova un terreno e fate un progetto». Così è stato creato il centro sportivo Vardinogianneio.

Prendete solamente le prime tre stagioni di Gerards sulla panchina dei cretesi:

  • Secondo posto in Alpha Ethniki 1985-1986 (record).
  • Sedicesimi di finale di Coppa UEFA 1986-1987 (record).
  • Terzo posto in Alpha Ethniki 1986-1987.
  • Vincitore della Coppa di Grecia 1986-1987 (record, contro l’Iraklis di Chatzipanagis).
  • Ottavi di finale di Coppa delle Coppe 1987-1988 (record).
  • Terzo posto in Alpha Ethniki 1987-1988.

Qui la partita integrale della finalissima di Coppa del 1987, trasmessa dalla tv pubblica ERT:

Dopo questi risultati arriva inevitabilmente il rinnovo del contratto di Gerards, che si lega indissolubilmente con la realtà cretese. Anche se già dai primi mesi sente la pressione tipica del calcio greco:

Nella prima stagione all’OFI, un momento difficile è stato prima della partita contro il Panathinaikos. Tutti i tifosi ci insultavano e urlavano perché credevano che ci saremmo venduti la partita; anche i giornali dell’epoca lo scrivevano. Era una situazione molto triste e sono andato a parlare con Theodoros Vardinogiannis. Gli ho chiesto il motivo delle voci che stavano girando e mi ha risposto: «Io ti dico questo: è un mio problema. Io voglio che tu batta mio fratello (Giannis, patron del Panathinaikos, ndr)».

Così, ogni sfida col Panathinaikos era speciale per me. E lo abbiamo anche escluso dalle coppe europee nel 1997.

L’incantesimo comincia a spezzarsi il 21 settembre 1996, con la morte improvvisa di Theodoros Vardinogiannis a soli 54 anni. La società passa nelle mani del fratello Vardis, con cui i rapporti si incrinano totalmente nel 2000: dopo 15 anni di fila, record per un allenatore straniero in una società ellenica, Gerards lascia l’OFI.

Vorrei dire che non sono andato via dall’OFI. Mi hanno cacciato. Non volevo più fare l’allenatore, perché in un incontro che ho avuto con Vardis Vardinogiannis, mi era stato detto che avrebbe lasciato la squadra nelle mani nel figlio Giannis (chiamato Jigger). Io non ero d’accordo con questa decisione, perché ritenevo che Jigger non amasse la squadra. Non avrei mai voluto lasciare l’OFI, perché era la mia squadra. La mia vita era ad Irakleio.

Per questo quando Vardis mi ha proposto di andare al Panathinaikos ho rifiutato. Sapevo di voler dare ancora molto all’OFI, ma con un altro ruolo: però l’allenatore che è venuto dopo e la dirigenza non mi volevano più e mi hanno cacciato. Non potevo vivere senza il calcio, così poi ho accettato la proposta di entrare nello staff tecnico dell’AEK. In seguito sono andato in Cipro, all’APOEL (vincendo il campionato nel 2001-2002) e poi all’Iraklis. Non potevo credere di stare lontano dall’OFI.

Nel ventennio post Gerards, l’OFI ha avuto in panchina ben sette ex giocatori allenati dall’olandese: il portiere Myron Sifakis, i difensori Nikos Goulis e Nikos Papadopoulos, i centrocampisti Nikki Papavasileiou, Nikos Nioplias, il trequartista Jaime Vera (con vice il connazionale ed ex OFI Alejandro Hisis) e l’attaccante Giannis Samaras (papà dell’ex Celtic Giorgos).

GERARDS E L’EUROPA

Il tecnico di Brunssum porta per la prima volta il nome dell’OFI in Europa.
Dopo il clamoroso secondo posto in campionato nella prima stagione, arriva il pass per la Coppa UEFA 1986-1987, affrontando l’Hajduk Spalato ai sedicesimi: 1-0 in Grecia e un umiliante 4-0 in trasferta, con Gerards che vive così questa eliminazione:

Sul volo di ritorno, ho visto il presidente parlare al telefono e pensavo che fosse in contatto col patron Vardinogiannis per cacciarmi dalla squadra. Poi ho saputo che parlava solamente con i giornalisti.

Nella stagione successiva arriva, con la vittoria della Coppa, la prima partecipazione nella Coppa delle Coppe, la cui avventura si conclude agli ottavi di finale contro l’Atalanta di Emiliano Mondonico, che nel 1987-1988 militava in Serie B: dopo l’1-0 (17′ Persias) sul campo neutro del Toumba, gli orobici sconfiggono a Bergamo i cretesi per 2-0.

Per chi è interessato, su Youtube si trova la partita di andata integrale del 21 ottobre 1987, trasmessa da Raitre con la telecronaca di Carlo Nesti.

Nel 1989, arriva il primo trofeo europeo per i cretesi: nella finale del 7 giugno a Serres l’OFI batte il Radnički Niš e conquista la Coppa dei Balcani. Un trofeo che, alla vigilia della finale, Gerards non sottovaluta affatto:

Si tratta di una coppa che l’OFI non ha mai conquistato prima. Penso che i tifosi di Serres verranno a sostenerci e noi offriremo un bel calcio e la vittoria.

Negli anni Novanta arriva il più grande successo, quello contro l’Atletico Madrid ai sedicesimi della Coppa UEFA 1993-1994.

Dopo la sconfitta per 1-0 al Vicente Calderón di Madrid, l’OFI compie l’impresa e batte ad Irakleio per 2-0 gli spagnoli, con reti di Machlas e il rigore di Tsifoutis, venendo eliminato agli ottavi dai portoghesi del Boavista.

La più importante partita europea della storia dell’OFI. Lo stadio era infuocato, un’esperienza incredibile.

Anche nel 1997 l’OFI arriva ai sedicesimi di Coppa UEFA fermandosi davanti all’Auxerre di Guy Roux.

GERARDS E I GIOVANI

Il tecnico olandese, forte anche di una laurea in Psicologia, ha la capacità di trattare la squadra come una famiglia.
Contribuisce alla crescita di giocatori come Nikos Nioplias o lo stesso Machlas, vincitore della Scarpa d’Oro nel 1998. Ma anche stranieri come i cileni Jaime Vera e Alejandro Hisis negli anni Ottanta, il costaricano Rónald Gómez nell’ultima stagione (1999-2000) e il 17enne maliano Mahamadou Diarra, partito dall’OFI per poi diventare titolare nel Real Madrid della metà degli anni 2000.

Nel nuovo millennio, si dice che avesse segnalato al Larissa un giovanissimo Kostas Mitroglou e al Kerkyra un altro giocatore promettente, un certo Kostas Fortounis: i direttori sportivi di entrambe le squadre, tuttavia, non ritenevano questi due giocatori degli affari…

Eugène Gerards negli ultimi anni della sua vita è stato diagnosticato con la paralisi sopranucleare progressiva, una sindrome che lo ha costretto alla mobilità ridotta e alla sedia a rotelle. Il 20 novembre 2017, su idea di Ilias Poursanidis, uno dei tanti figli di Gerards, è stata organizzata un’amichevole per ricordare i 15 anni di Eugene sulla panchina dell’OFI.

Figli di Gerards con tanti suoi giocatori nei tre lustri ad Irakleio contro gli Amici di Gerards con gran parte della rosa della Grecia di Euro 2004. Momenti incredibili, con lo stadio Theodoros Vardinogiannis che si commuove nel vedere l’artefice di tante battaglie tornare nel posto dove ha creato una squadra irripetibile.

Solamente un mese e mezzo dopo quella partita, il 2 gennaio 2018, Eugène Gerards si spegne a 77 anni nella sua amata Elià Irakleiou, a Creta.

GERARDS E LA SUA CRETA

Nei primissimi giorni della sua avventura cretese, quando gli propongono di assumere un interprete, Gerards si è subito opposto, rispondendo che un paese lo si conosce solo quando si impara la lingua. Si sottopone a lezioni quotidiane con la moglie di un olandese che vive a Creta e a cui chiede sempre della storia e delle tradizioni dell’isola.

A Creta conosce la sua seconda moglie e passa gli ultimi anni della sua vita ad Elià, un paesino di nemmeno 700 anime che sorge su una collina da cui si può assistere ad una vista mozzafiato e a circa 3.000 chilometri da Brunssum, la sua città natale.
Aveva imparato perfettamente il greco, prendendo anche la cittadinanza greca.

Νell’agosto del 2017 l’OFI dedica il Gate 9 dello stadio Theodoros Vardinogiannis proprio a lui: è l’ingresso della tribuna d’onore, esattamente sopra la panchina da cui ha guidato per centinaia di volte i cretesi.

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Mentre celebra la vittoria della Coppa del 1987.

Gran parte delle citazioni sono tratte da questa interessante intervista a Gerards su Sport24.gr del febbraio 2016. La risposta all’ultima domanda che il giornalista gli pone, rende bene l’idea del suo amore per Creta: Αvrebbe mai voluto nascere cretese?

Lo avrei voluto molto. I cretesi sono delle brave persone. Io amo Creta e i cretesi.
Non sono nato qui, però è casa mia.
Qui vivevo, qui vivo e qui morirò, da cretese.

Oggi avrebbe spento 80 candeline uno dei personaggi più rivoluzionari del calcio greco.

Tanti auguri Eugène Gerards, limburghese di nascita ma col cuore cretese.

 

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Vassilis Hatzipanagis, leggenda tra due mondi

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Nato nel 1954 a Tashkent, al tempo capitale della Repubblica socialista sovietica dell’Uzbekistan, Vassilis Hatzipanagis è indubbiamente uno dei calciatori più forti del suo tempo di cui, almeno in Italia, si conosce ben poco. Dopo aver militato nei primi anni della sua carriera in Unione Sovietica, divenne l’idolo e il fenomeno indiscusso dell’Iraklis, tanto che si guadagnò l’appellativo di “Maradona greco”. Ed in effetti le somiglianze tra i due, capelli a parte, esistevano, ed erano numerose: Hatzipanagis, come Diego, era un centrocampista basso ma robusto e la sua corporatura divenne fondamentale in funzione del suo stile di gioco. Piedi educati, intelligenza tattica e dribbling sono alcune delle caratteristiche che accomunavano i due, che hanno segnato indelebilmente la rispettiva storia delle due squadre per cui hanno giocato.

Suo padre e sua madre, rispettivamente di origine cipriota e turca, dovettero abbandonare l’Asia Minore a causa della guerra e si trasferirono in una Grecia che subì la crisi degli anni ’30, l’occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale e poi la guerra civile (1946-1949). Come molti dei loro connazionali, emigrarono entrambi nella Repubblica sovietica dell’Uzbekistan, dove nella sola capitale la comunità greca contava circa 40.000 persone.

Il talento e la tecnica del giovane Vassilis erano visibili sin da quando giocava da bambino per le strade della città; come affermato in un’intervista da lui rilasciata, attirò ben presto l’attenzione della Dinamo Tashkent, che allora era una specie di squadra satellite della Dinamo Mosca e che vedendolo giocare gli propose di firmare. Ma il Pakhtakor, che aveva all’epoca la migliore scuola di calcio giovanile ed era la squadra uzbeka di maggior successo nel periodo sovietico, convinse Hatzipanagis a firmare per loro. Saladiov, mentore calcistico di Vassilis e allenatore della squadra, aveva riportato il Pakhtakor nel massimo campionato sovietico e lo fece debuttare all’età di 17 anni contro lo Shakhtar Donetsk.

Nelle tre stagioni successive Saladiov portò Hatzipanagis in prima squadra, mentre il Pakhtakor riuscì a integrarsi stabilmente nel campionato. Nominato come secondo giocatore più forte del campionato (dopo Oleh Blokhin) nel 1974 e nel 1975, Hatzipanagis fu convocato con la nazionale dell’URSS.

A 18 anni Valentin Nikolayev convocò Hatzipanagis con l’under 21; tuttavia giocò anche nelle qualificazioni per i campionati europei under 23. Nel 1975 iniziò a giocar con la nazionale maggiore: la prima partecipazione fu in un torneo in Polonia organizzato per celebrare l’anniversario della liberazione dai tedeschi. L’URSS si aggiudicò il torneo e Hatzipanagis giocò al fianco di Blokhin.

Nel 1975 la caduta della dittatura dei colonnelli favorì il ritorno in patria di molti greci, tra cui anche Hatzipanagis e la sua famiglia. Tuttavia, in molte interviste recenti, ha dichiarato che il tornare in Grecia fu un errore, poiché il livello calcistico era molto più basso rispetto all’URSS, dove il campionato era formato da 16 squadre su più di 300 milioni di abitanti.

Il ritorno in Grecia però non fu dei più facili. Nell’Unione Sovietica degli anni Settanta il calciatore professionista non era considerato come un lavoro vero e proprio; infatti, la maggioranza dei calciatori avevano altri impieghi. Non esistendo un contratto che legava Hatzipanagis al Pakhatator, che non aveva diritti su di lui, nessuna squadra straniera poteva comprarlo. Quando l’Olympiakos provò ad acquistare Hatzipanagis, ad esempio, la trattativa fu respinta in quanto i giocatori sovietici non erano di “proprietà” e non potevano essere venduti. Per aggirare questo cavillo giuridico, a Hatzipanagis fu consigliato di rinunciare alla sua cittadinanza sovietica e di chiedere il rimpatrio. Ma anche questa opzione presentava non pochi ostacoli. Quando la famiglia abbandonò la Grecia per trasferirsi nel vicino Oriente, non tutti i familiari lasciarono la Grecia: infatti un nonno rimase a Salonicco. Quindi, se voleva tornare in Grecia doveva stringere un accordo con una squadra di Salonicco. All’età di 20 anni Hatzipanagis “fuggì” dall’Unione Sovietica e firmò per l’Iraklis, la sua seconda ed ultima squadra.

Il suo trasferimento fu organizzato dal suo agente armeno a Mosca, Makatetsian. Come prima mossa, Hatzipanagis rinunciò alla sua cittadinanza sovietica, in modo da non poter più giocare nel campionato sovietico, il quale richiedeva obbligatoriamente la cittadinanza per poter appunto giocare. Una volta archiviato il problema del passaporto, Hatzipanagis si mise in contatto e firmò un contratto biennale con l’Iraklis. Tuttavia, nella diritto sportivo greco di allora era presente un vuoto legislativo, che permetteva al club di rinnovare unilateralmente il contratto ogni anno per 10 anni.

Vassilis si trovava quindi in una situazione di impasse. Se avesse avuto ancora la nazionalità sovietica, l’ambasciata sovietica avrebbe potuto interferire nella trattativa. L’unica soluzione possibile per sciogliere il nodo contrattuale fu quella di portare l’Iraklis in tribunale. Nel 1977 il tribunale distrettuale stabilì che non era possibile trattenere alcun lavoratore o atleta per oltre cinque anni. Ma l’Iraklis riuscì a vincere in appello. Mentre Vassilis perse la sua “battaglia”, c’era un aspetto positivo: l’Associazione greca dei calciatori professionisti, fondata nel 1979, si interessò al caso e riuscì, a metà degli anni ’80, a modificare quella legge.

Nel 1977, un problema al ginocchio costrinse Hatzipanagis a recarsi a Londra per le cure. Il suo padrino, che era cipriota e tifoso dell’Arsenal, era emigrato nella capitale inglese nel 1961 ed ebbe occasione per rivederlo. Il padrino gli fece conoscere Fred Street, l’allora fisioterapista dell’Arsenal. Durante la riabilitazione, si allenò insieme a Pat Jennings, Graeme Rix, Liam Brady, Malcolm MacDonald e Alan Hudson. Gli affibbiarono il soprannome di Aristotele, poi scoprirono che giocò in URSS e si interessarono alla sua storia. Tra gli aneddoti e le curiosità riguardanti la sua vita, spicca la volontà di suo padre di trasferirsi a Londra nel 1963, ma sua madre non era d’accordo. Sarebbe interessante fantasticare su come sarebbe stata la sua carriera in Inghilterra, dove avrebbe potuto trasferirsi all’età di nove anni.

Nel suo periodo di permanenza all’Iraklis, durato ben 15 anni, Hatzipanagis trascinò il Γηραιός alla vittoria della Kypello Elladas del 1976, battendo in finale ai rigori l’Olympiacos, dopo un clamoroso 4-4 nei tempi regolamentari. L’altro trofeo alzato con la squadra di Salonicco fu la Coppa dei Balcani nel 1985, una competizione che coinvolgeva squadre di Bulgaria, Grecia, Turchia, Jugoslavia e Romania e che fu abbandonata nel 1994.

Quando tuttavia l’Iraklis venne retrocesso nel 1981 (l’articolo qui), Vassilis espresse la sua volontà di non voler giocare in B’ Ethniki. La società, non volendo privarsi del fenomeno, si oppose alla sua richiesta di essere ceduto, mentre Hatzipanagis di tutta risposta si recò  in Germania, dove per un anno e mezzo si allenò con lo Stoccarda senza essere retribuito dall’Iraklis, ma risultando comunque ancora sotto contratto. Nonostante avesse attirato l’attenzione di squadre molto importanti come Lazio, Arsenal, Porto e lo stesso Stoccarda, la società di Salonicco non aveva la minima intenzione di lasciar andare il fuoriclasse, arrivando a rifiutare l’offerta effettuata dal presidente del Panathinaikos Vardinogiannis che ammontava a 90 milioni di dracme, una cifra spropositata per l’epoca.

Poco dopo il suo ritorno in Grecia, giocò con la nazionale ellenica un’amichevole contro la Polonia al Leoforos nel maggio del 1976. Tuttavia la FIFA dichiarò che Hatzipaganis non potesse più giocare con la nazionale greca a causa delle sue precedenti 4 partite con la squadra olimpica dell’Unione Sovietica. La sua seconda, ultima e simbolica presenza con la maglia dell’Ethniki avvenne il 14 dicembre 1999 in una partita amichevole contro il Ghana, quando giocò per soli venti minuti ma fu comunque premiato dalla Federcalcio ellenica per il suo contributo al mondo del calcio.

 

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