Η άποψη: AEK, che ti succede?

L’AEK sta vivendo uno dei momenti più difficili da quando, nel 2015, è tornato nel massimo campionato nazionale. Negli istanti che seguono un derby perso per 5-1, la rabbia e la delusione prendono il sopravvento sulla lucidità: si cerca subito un colpevole a cui addossare le colpe. E la maggioranza dei tifosi AEKtzides, all’unisono, punta il dito contro il presidente Dimitris Melissanidis.

Da parte sua, Melissanidis ha due attenuanti, due carte da giocare a suo favore: il campionato 2017/2018 ed il nuovo stadio. Mentre sul primo torneremo tra poco, più che una scusa, come definita da molti, la costruzione del nuovo impianto rappresenta concretamente un dispendio economico e umano di rilievo. Le prime voci sul nuovo stadio presero piede nel 2013 (!), mentre l’effettivo inizio dei lavori avvenne nell’estate 2017, in seguito a una lunga lotta burocratica in cui ebbe la meglio la società sportiva ateniese; il comune di Filadelfia-Chalkidona e una ventina di privati cittadini fecero ricorso al Consiglio di Stato contro il nuovo piano regolatore regionale, che concedeva un’area forestale (6 acri) del boschetto di Nea Filadelfia per la costruzione del nuovo stadio. La Corte Suprema respinse le pretese del comune e diede il via libera per la costruzione. Il costo totale del progetto ammonta a circa 80 milioni di euro, di cui 20 verranno finanziati dall’amministrazione regionale dell’Attica, mentre un’altra parte verrà coperta da donazioni da parte di tifosi e imprenditori nei confronti della Dikefalos 1924, la società appaltatrice. Senza sviscerare ulteriormente l’aspetto monetario, si intende che si tratta di cifre da capogiro per la realtà economica greca. Decine di milioni di euro, spalmati su più anni, per costruire il primo stadio di proprietà del paese che vengono inevitabilmente sottratti al rafforzamento della rosa: le risorse economiche non sono infinite, dunque è logico bilanciarle, ed in questo caso a farne le spese è la squadra. È questo il prezzo del nuovo stadio.

Ma lo stadio non è un’attenuante sufficiente per giustificare la latenza della dirigenza in merito alla gestione della panchina e della rosa. Andiamo con ordine e soffermiamoci prima sulla figura dell’allenatore. Negli ultimi 6 anni sono stati cambiati ben otto allenatori, sintomo di una progettazione poco chiara nei piani alti della dirigenza. A dicembre 2020 è stato richiamato (per la terza volta in quattro anni) sulla panchina dei kitrinomavroi lo spagnolo Manolo Jiménez, uno dei principali artefici dello scudetto 2017/2018. L’intenzione del patron Melissanidis di affidarsi all’usato garantito non sta fruttando quanto sperato, perché ripetere il trionfo di 3 stagioni fa o andarci anche vicino è attualmente impensabile: l’AEK raggiunse il suo apice, trionfando in un campionato costellato da episodi alquanto controversi e, soprattutto, con un Olympiakos che mollò la presa dopo anni di dominio incontrastato. Aver trionfato il campionato dopo 24 anni di digiuno e aver centrato la qualificazione ai preliminari di Champions League rese Jiménez una leggenda, facendo breccia nel cuore dei tifosi. A maggio, a due settimane di distanza dalla finale di Kypello Elladas persa per 2-0 contro il PAOK, le strade tra il tecnico e la società si separano: Manolo vuole tornare in patria dalla sua famiglia, sente di aver concluso un percorso che in realtà aveva iniziato già nel 2011, quando alla sua prima esperienza da allenatore dell’AEK aveva alzato al cielo la coppa di Grecia, è l’evoluzione naturale di un rapporto consolidato, vincente e apparentemente concluso. Invece, dopo la parentesi in Spagna con Las Palmas, il tecnico iberico viene richiamato a febbraio da Melissanidis per concludere la stagione 2018/2019, in seguito alle dimissioni di Ouzounidis: nella seconda parte di stagione la squadra ha un rendimento altalenante, ciononostante riesce a centrare un terzo posto che è sufficiente per garantirsi la partecipazione ai preliminari di Europa League della stagione seguente. Il nome già noto alla tifoseria e la sua esperienza con l’ambiente fecero pensare a un progetto di lungo termine, magari tentando di riallacciare il rapporto e di ritrovare quelle motivazioni che un anno prima sembravano essere terminate, ed invece il ruolo assunto da Jiménez fu quello del traghettatore. Infatti nel maggio 2019, qualche settimana dopo la fine del campionato, Manolo rescinde il contratto: gli addetti ai lavori si interrogarono su questo tira e molla, sul perché fosse stato chiamato solo per qualche mese, dal momento che c’era un’ampia gamma di allenatori che avrebbe potuto fare da traghettatore. Si trattò di una questione meramente contrattuale? Oppure fu una forzatura da parte della dirigenza, che sperava in un finale di stagione spumeggiante, sulla falsa riga della stagione precedente?

Giungiamo a tempi più recenti. Carrera viene esonerato prima di Natale 2020, trapelano notizie secondo cui il tecnico italiano avesse perso lo spogliatoio, non c’era più comunicazione a livello psicologico tra lui ed i calciatori. Jiménez è di nuovo il prescelto: firma un contratto di un anno e mezzo per cercare di dare un’impronta più marcata alla squadra. Al termine della regular season di questa stagione l’AEK si classifica al terzo posto, a un punto di distanza dal PAOK quarto e con il Panathinaikos a 45 punti in quinta posizione. Un risultato discreto, considerato il dominio dell’Olympiakos, che è tornato a spadroneggiare da un paio d’anni. Ma la stagione non è finita: ci sono ancora 10 partite di play-off da giocare, un mini campionato che determinerà il piazzamento europeo delle prime sei classificate: la squadra vincitrice del campionato andrà al primo turno dei preliminari di Champions, mentre la seconda e la terza andranno in Conference League, con la quarta che dovrà attendere l’esito della Coppa per sapere se andrà in Europa. Le ultime due partite, tuttavia, hanno dimostrato tutta la fragilità della squadra. Sconfitta per 3-1 contro il PAOK e debacle assoluta contro l’Olympiakos, in un derby perso per 1-5 all’Olimpico. Tralasciando le ultime due partite, che non vedremo in questa sede nel dettaglio, vale la pena porsi una riflessione: con una instabilità del genere in panchina, che costituisce ormai una costante della gestione Melissanidis, quali colpe ha Jiménez? La colpa è di aver accettato di tornare sulla panchina giallonera dopo quella magica stagione perché, così facendo, ha permesso alla dirigenza di adagiarsi sugli allori. Nell’estate 2018 Jiménez aveva vinto un campionato lungo, difficile e quasi surreale in virtù degli eventi che si susseguirono, terminando un ciclo nel migliore dei modi possibili. Di lì in poi, la società ha ingaggiato nuovi allenatori (tra cui il portoghese Cardoso e Carrera) dando loro pochissimo tempo per adattarsi al campionato e per poter imprimere un loro sistema di gioco: non appena hanno affrontato un periodo di flessione, ecco che entra in scena il loro esonero e il conseguente ritorno di Manolo, che cerca di porre rimedio con gli strumenti che ha a disposizione. Jiménez appare così come il personaggio televisivo Bob l’aggiustatutto, che vestito da operaio si cimenta nell’assestare gli edifici da lui progettati. Ma se i problemi derivano dalle fondamenta, è inutile tentare di apportare modifiche: l’edificio va demolito, vanno analizzati i problemi più grandi e ne va costruito uno nuovo, sperando di aver appreso quanto basta dagli errori commessi in precedenza.

La società non investe abbastanza nella rosa ed è troppo frettolosa nelle sue scelte, per costruire una grande squadra c’è bisogno di tempo e di pazienza, deve crearsi la giusta alchimia, è troppo semplicistico liquidare i nuovi allenatori in fretta e furia e doversi affidare ogni volta che va male all’allenatore che sì, è il più vincente degli ultimi anni, ma che sicuramente non ha poteri mistici.

Chiaramente, i problemi di cui si parla vanno presi con le pinze: non parliamo di una squadra che versa in una situazione economicamente disastrosa o che riesce a stento a salvarsi. Tutt’altro. La squadra, bene o male, si è sempre posizionata nella parte alta della classifica, riuscendo ad ottenere piazzamenti validi per le competizioni europee. La sensazione, però, è che la rosa possa esprimere molto più di quanto fatto vedere nelle ultime stagioni, soprattutto nel caso in cui vengano acquistati nuovi elementi per rafforzare la linea difensiva. I tifosi vogliono un salto di qualità definitivo, e non li si può dar torto.

Se finora la nostra analisi si è concentrata principalmente su dirigenza e allenatore, cerchiamo di dare un’occhiata anche la rosa. Partendo dai pali, ci troviamo subito di fronte una situazione enigmatica: in estate il portiere titolare, Vasilis Barkas, è stato venduto agli scozzesi del Celtic per una cifra intorno ai 5 milioni di euro. Una bella cifra con la quale si sarebbe potuto comprare un altro portiere, anche a prezzi più bassi, in modo da mettere a bilancio una discreta plusvalenza. Invece è rimasto tutto invariato, non è stato acquistato alcun nuovo portiere. Il posto da titolare è stato conteso da Tsintotas e Athanasiadis, che si sono alternati ma che non hanno entusiasmato particolarmente. In difesa troviamo Dmytro Chygrynskiy, centrale di difesa ucraino classe ’86. E’ il calciatore tecnicamente più capace della difesa, per questo lo si ritrova spesso titolare facendo da perno per il reparto difensivo. Ma complici l’età avanzata e una condizione fisica non ottimale, è spesso infortunato: l’idea sarebbe quella di averlo a disposizione in panchina come riserva di lusso, centellinando i minuti, invece la rosa corta costringe in qualche modo a utilizzarlo più del dovuto. Per sopperire alla mancanza di centrali di difesa la società è intervenuta tardi sul mercato, acquistando per mezzo milione di euro il difensore romeno Nedelcearu soltanto ad ottobre. Insieme al romeno, anche Shakhov e Tanković sono stati acquistati verso la fine del mercato, quando ormai la preparazione precampionato era bella che finita, impedendo ai calciatori di entrare per tempo dentro i meccanismi della squadra.

Ma per cercare di aggiustare un mercato estivo disorganizzato, c’è la sessione invernale. Mentre a gennaio tutte le prime cinque squadre si rinforzano con acquisti mirati, l’AEK rimane a guardare. Viene ingaggiato Panagiotis Kone come direttore tecnico, provano a prendere a parametro zero Sokratis che poi sceglierà l’Olympiakos, l’unico acquisto è quello di Oleg Danchenko, esterno destro prelevato dal Rubin Kazan per un milione e mezzo ed annunciato solamente il 31 gennaio. La società lascia andar via Paulinho, a parametro zero, che si accasa al Gil Vicente in Portogallo; anche Emanuel Insua se ne va ma solo temporaneamente, andando in prestito alla squadra argentina dell’Aldosivi.

Ma non basta, in casa AEK piove sul bagnato. Marko Livaja, dopo aver disputato i primi mesi di stagione al di sotto delle aspettative, il 17 febbraio rescinde consensualmente il contratto, che sarebbe scaduto il 30 giugno di quest’anno. I gialloneri perdono una pedina fondamentale del loro attacco, che aveva disputato una stagione strepitosa nel 2017/2018. Stavros Vasilantonopoulos con l’arrivo di Jimenez è diventato un desaparecido: utilizzato con Carrera fondamentalmente come giocatore da turnover per le partite di Europa League, da dicembre in poi non ha più visto il campo nemmeno nei minuti finali.

Nella partita di domenica scorsa, oggetto di aspre critiche è stato il difensore tunisino Hnid, che secondo i tifosi non è tecnicamente all’altezza della squadra e per cui chiedevano l’immediata cessione. Dopo la partita contro l’Olympiakos, Melissanidis si è recato dalla squadra, che è in ritiro, per avere un confronto. Nel suo discorso, ha condannato l’entrata in campo dei tifosi, che a detta sua è stata inaccettabile, ma allo stesso tempo si è preso la responsabilità di quanto accaduto durante la partita. Si è inoltre detto consapevole degli errori che sono stati commessi, che farà di tutto per correggerli e promette di fare radicali cambiamenti in estate. Per il momento sembra aver confermato anche la fiducia a Manolo Jiménez: cambiare allenatore con una semifinale di coppa alle porte e con nove partite di play-off rimaste sarebbe soltanto dannoso.

Su una cosa Melissanidis ha ragione: servono cambiamenti radicali, ma bisogna avere il coraggio di metterli in atto il prima possibile per far tornare l’AEK ai livelli che merita.

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