Storie: Dušan Bajević, il principe dalle sette vite

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Siamo sulle rive della Neretva, un fiume che nasce sulle Alpi Dinariche e sfocia nel Mar Adriatico, all’altezza della Dalmazia. Lungo questo corso d’acqua, nel 1943 si svolse una battaglia importante per lo svolgimento della guerra: le forze dell’Asse persero contro i partigiani jugoslavi di un certo Josip Broz, che proprio da quell’anno si sarebbe fatto chiamare semplicemente Tito. La Neretva è una riga azzurra sulla cartina che attraversa una delle città più importanti della Bosnia, Mostar. Cinque anni dopo la battaglia tra le truppe nazifasciste e quelle di Tito, in una fredda giornata di inizio dicembre, nasce in quella città Dušan Bajević, per tutti Duško, il protagonista di questa storia.

Siamo nella Jugoslavia unita e il campionato, la Prva Liga, comprende superpotenze come le serbe Stella Rossa e Partizan e la croata Hajduk Spalato, che tra gli anni ’60 e ’70 dominano il campionato. Il giovane Duško comincia a dare i primi calci al pallone nella sua Mostar, accasandosi nel Velež, la squadra più forte della sua città. C’è un detto da quelle parti: «Mostar è il Ponte Vecchio, il fiume Neretva e il Velež. Se manca anche solo una di queste cose, allora Mostar non esiste».

È una squadra nota per la sua componente multietnica, antifascista, con la tifoseria che ha simpatie comuniste (non a caso il rosso è il colore simbolo della società, ndr); per questo fu messa al bando durante la Seconda guerra mondiale ma riabilitata successivamente. L’altra squadra della città, il Zrinjski, quando Bajević comincia a giocare a calcio, non esiste più. O meglio, è stata sospesa dal regime socialista principalmente per due motivi: negli anni ’40 decise di partecipare ai campionati dell’ùstascia – ovvero la fazione formata da Italia e Germania nazista che si contrapponeva al regime jugoslavo – ma anche per il suo nome, che richiamava un’antica famiglia nobiliare croata, con Tito che vietò qualsiasi nome o simbolo che rimandasse a realtà locali. Come avrete capito, per un giovane ragazzo di Mostar, l’unico grande club in cui poteva giocare sotto il regime titoista era il Velež.

Duško entra a far parte della prima squadra nella stagione 1966-1967, a 18 anni. Già dalla stagione successiva è titolare, anche perché il tecnico Sula Rebac voleva svecchiare la squadra: Bajević prende il treno giusto e comincia a gonfiare le reti degli avversari senza soluzione di continuità. È un centravanti alto 1.85, non molto veloce ma tecnicamente eccelso: aveva dribbling, controllo, passaggio e tiro. Di testa era ottimo, sui piazzati non era da sottovalutare, ma soprattutto è uno di quei giocatori nati per segnare, con molte frecce nella sua faretra. Ecco che il Velež ha la sua carta vincente in questo ragazzo che ha una faccia algida come la Neretva, uno dei fiumi più freddi al mondo, i capelli sempre a posto e un fiuto del gol incredibile.

Appena gioca lui, i Rođeni (i “Nativi”) volano, raggiungendo posizioni mai sognate prima: due secondi posti in campionato nel 1973 e nel 1974 e un quarto di finale di Coppa UEFA nel 1975, eliminati dagli olandesi del Twente. Oltretutto, per Bajević arrivano i premi individuali come capocannoniere – ex aequo con Slobodan Santrac – nel 1970 e come calciatore jugoslavo dell’anno nel 1972, la prima edizione di questo riconoscimento. Queste prestazioni gli valgono anche la chiamata da parte della Nazionale della Jugoslavia, con cui ha giocato dal 1970 fino al 1977, realizzando 29 reti in 37 presenze, quinto marcatore della storia dei Plavi, con una tripletta al Mondiale ’74 contro il povero Zaire.

A metà degli anni Settanta, Duško segna col contagocce, non riesce più a portare il suo Velež in alto, ritrovandosi nella seconda metà della classifica, a pochi punti dalla retrocessione. Sente i primi acciacchi e si vede che l’incantesimo si è rotto. Sembra che non abbia più gli stimoli per continuare a giocare con la squadra che lo ha lanciato: ha bisogno di una nuova sfida quando non ha ancora compiuto 29 anni.

Questa voce giunge in Grecia a Loukas Barlos, presidente dell’AEK Atene, che vuole regalare ai tifosi un top player per il campionato, un tassello che completerebbe una squadra già forte, che ha raggiunto le semifinali di Coppa UEFA pochi mesi prima, ma che non vince il campionato da sei anni. Così, nell’estate del 1977, Dušan Bajević diventa il nuovo centravanti dell’AEK. Debutterà solo il 18 dicembre contro il Kastoria in casa, a causa di un infortunio durante un’amichevole agostana contro lo Slovan Bratislava che lo ha tenuto ai box per mesi. La prestazione non è tra le migliori con il terreno di gioco dello stadio di Nea Filadelfeia reso pesante dalla pioggia. Partono già le prime critiche, bollando il nostro protagonista come un giocatore finito. Mai parlare prima con uno come lui.

Bajević è un uomo che sa gestire bene la pressione e vuole dimostrare subito di essere uno che ha ancora molto da dire. L’occasione perfetta arriva tre giorni dopo il suo debutto, il 21 dicembre, ancora in casa, con la partita AEK-Chania valevole per la Coppa di Grecia: il tabellino segna quattro volte il suo nome, un poker pazzesco. Comincia così una storia d’amore bellissima con i gialloneri, di cui diventa uno degli ingranaggi di una macchina da guerra tagliata e cucita ad arte da zio Loukas, come veniva chiamato affettuosamente il presidente Barlos. Segna in tutti i modi, anche da calcio d’angolo (contro l’Anagennisi Epanomis in Coppa nel 1978) e, con il «dio» Thomas Mavros, compone uno dei più grandi tandem d’attacco che siano mai passati sui campi greci: ben 190 reti per questa coppia nelle quattro stagioni – dal 1977 al 1981 – in cui hanno giocato insieme. È diventato un idolo dei tifosi della Kitrinòmavri, che lo soprannominano “Il principe della Neretva”, per i suoi modi aristocratici nell’atteggiamento in campo, ma soprattutto per il look: i compagni di squadra diranno che fosse l’ultimo ad uscire dagli spogliatoi, perché non poteva andare in campo senza che il suo ciuffo e i suoi vestiti fossero sistemati alla perfezione.

Il periodo di Duško con la maglia dell’AEK coincide anche con un periodo di cambiamento nella sua Jugoslavia: Tito si sta lentamente defilando dal ruolo di potente leader della nazione e muore dopo una breve malattia il 4 maggio 1980 il giorno del big match Hajduk-Stella Rossa che non verrà mai giocato. Bajević, in vista di una partita immediatamente successiva a questo evento, chiede al presidente Barlos qualcosa di incredibile: se tutta la sua squadra non si fosse messa una fascia nera in segno di lutto, il Principe si sarebbe rifiutato di giocare. Nessuno si aspettava, visto il carisma del patron giallonero, che la richiesta dello jugoslavo passasse e invece scesero in campo tutti listati a lutto, attirandosi le critiche dei tifosi e anche i malumori di qualche suo compagno di squadra. Ma lui è la star ormai, colui che ha guidato l’AEK alla doppietta nel 1978 e alla vittoria del campionato nella stagione successiva. Nel 1981 lascia Atene e conclude la sua carriera folgorante nella sua Mostar, nella squadra con cui appenderà gli scarpini e in cui comincerà la sua carriera da allenatore, il Velež.

Qui comincia un’altra vita. I capelli cominciano a ingrigirsi, ma il suo sguardo freddo e determinato rimane sempre quello. Anche dalla panchina dimostrerà di essere tra i migliori, vincendo una Coppa di Jugoslavia nel 1986: il suo primo trofeo da allenatore, l’ultimo del Velež prima del lento e inesorabile declino.

Nell’estate del 1988 torna ad Atene, alla sua AEK che non se la sta passando bene da quando la lasciò nel 1981, visto che ha sollevato solamente una Coppa di Grecia nelle ultime stagioni. Per i tifosi gialloneri è l’uomo giusto, il loro uomo. Infatti, quello che vedranno negli otto anni con lo jugoslavo (poi bosniaco e dal 1994 pure greco, ndr) sarà difficile da dimenticare. Anche se nel 1991, dopo una partita con l’Olympiakos, rischiò quasi la vita venendo colpito da una pietra, con i tifosi dell’AEK che volevano beccare l’arbitro, ma centrarono il proprio allenatore!

 

Un calcio spettacolare, un rapporto speciale con il nuovo presidente Melissanidis, che rileverà la carica dal 1992, e una squadra ben assortita sono il mix giusto per il tris di campionati tra il 1992 e il 1994. La stagione 1995-1996 rimarrà nella storia come la più bella dell’AEK dal punto di vista estetico: perde il campionato dall’ottimo Panathinaikos, ma conquista la Coppa vincendo sull’Apollon per 7-1 (!). Durante quella stagione, Melissanidis è costretto a lasciare la presidenza per motivi extracalcistici e il nuovo incaricato, Michalis Trochanas, non digerisce la presenza di un uomo forte in panchina come Bajević. I tifosi venerano il nostro Duško, se lo immaginano già come il Ferguson di Atene e lui aveva promesso che se avesse vinto la coppa, sarebbe rimasto. Ma lui se ne va nell’estate del 1996. Firmando un triennale all’Olympiakos, i più grandi rivali dei gialloneri, con un accordo siglato con la società del Pireo già da febbraio: un vero e proprio tradimento. Il Principe è diventato un ranocchio negli occhi dei tifosi dell’AEK.

La prima volta di Bajević da avversario a Nea Filadelfeia, la casa dell’AEK, è tutto un programma tra fischi, urla contro di lui, banconote finte con il suo viso lanciate in campo e molti striscioni con la parola προδότης, traditore. Vincerà tre campionati al Pireo, facendo partire la lunga dinastia biancorossa in Grecia e poi conquista una Coppa nel 2001 nella finale proprio contro l’AEK sulla panchina del PAOK, che non alzava un trofeo da sedici anni. In questo periodo, Duško ha il tocco di Re Mida.

Anche per questo, torna sulla panchina dell’AEK nel 2002 al posto di un portoghese, un certo Fernando Santos. Ma questa avventura termina in maniera brusca. Durante un AEK-Iraklis del gennaio 2004, Bajević viene bersagliato da insulti e striscioni, che gli ricordano il suo tradimento con i rivali dell’Olympiakos; così, a metà primo tempo, si sfila i propri guanti, li getta a terra, forse sussurra qualcosa contro gli hooligans che lo insultavano e va negli spogliatoi, annunciando le proprie dimissioni.

Una decisione che è frutto di una lunga battaglia con i tifosi che ormai lo trattano ormai come un ranocchio, come sarà il soprannome dispregiativo per lui dal 1996. Forse per ripicca, torna all’Olympiakos pochi giorni prima che cominciasse il trionfale Europeo del 2004 e fa in tempo a conquistare un altro double.

Esperienze ancora alla Stella Rossa, nella sua ex Jugoslavia, all’Aris Salonicco e poi per la terza volta all’AEK dal 2008. Nella conferenza stampa di presentazione, chiederà scusa a tutti coloro che erano delusi dalla sua bugia che lo portò all’Olympiakos nel 1996, ma non per l’ormai storico tradimento. Anche in questo caso, l’esperienza si conclude malissimo. Prima un’aggressione nei suoi confronti dai tifosi gialloneri al termine dell’amichevole col Kallithea e poi una brutta sconfitta contro l’Olympiakos Volou in campionato per 3-0: tutto tra agosto e settembre del 2010, che lo costringono alle dimissioni, per la seconda volta. Bajević, con le ultime panchine all’Omonia Nicosia (Cipro) e all’Atromitos, ritiene di aver già dato tutto in panchina e oramai pensa a una carriera da dirigente.

Nel 2011, aiuta la Federazione bosniaca a risollevarsi dopo la sospensione da ogni torneo FIFA e UEFA per non aver cambiato il suo statuto, mentre nel 2013 la sua AEK fallisce e deve ripartire dalla Terza divisione greca. Il suo caro amico Melissanidis torna alla presidenza e Duško diventa il Direttore del Settore Agonistico, lasciando nell’agosto 2018. Uno da giocatore, tre da calciatore, uno da dirigente: questo è il quinto addio all’AEK per Bajević, stavolta è quello definitivo.

La prima volta che ha lasciato, i tifosi hanno pianto. La seconda, l’hanno odiato. La terza e la quarta, l’hanno quasi costretto ad andarsene. L’ultima, ha lasciato loro indifferenti. Certo, anche Duško non ha aiutato, visto che non ha mai parlato a cuore aperto del “tradimento” all’Olympiakos.

E ora che ha raggiunto i 71 anni, il dubbio rimane: cosa è stato Bajević per l’AEK? Un fantastico bomber? Il calcio spettacolare degli anni ’90? Il debutto dell’AEK, e di una squadra greca in generale, in Champions League? L’uomo dei migliori momenti gialloneri degli ultimi quarant’anni? Oppure gli anni dal 1996 in cui i rapporti si sono compromessi?

Queste domande dividono ancora oggi intere fazioni di tifosi dell’AEK.
Tutto questo per un personaggio che ha influenzato il calcio greco per quattro decenni, un Principe che, amato o odiato, difficilmente sarà dimenticato.

 

P.S. La più grande tifosa dell’AEK che io conosca è sicuramente mia madre. Le ho chiesto un’opinione su Bajević e lei mi ha risposto in maniera chiara: «Il più forte e il più bello che sia mai passato dall’AEK». Lo avrà visto decine di volte allo stadio e il passaggio all’Olympiakos, ça va sans dire, non le ha fatto cambiare minimamente idea…

 

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